TEL AVIV - Con un drone lanciato dallo Yemen e diretto verso la nave Caio Duilio, il cacciatorpediniere della Marina Militare che sarà la base della nascente operazione europea Aspides sotto la guida del contrammiraglio Stefano Costantino, gli Houthi lanciano il loro primo attacco diretto all’Italia e rischiano di far precipitare la crisi nel Mar Rosso, da mesi ormai sotto attacco da parte dei ribelli yemeniti che, fino ad oggi, avevano effettuato raid solo verso imbarcazioni statunitensi e britanniche. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha parlato di “grave violazione del diritto internazionale” e di “attentato alla sicurezza dei traffici marittimi”.

Nel frattempo, si intravedono spiragli per una lunga tregua a Gaza che favorisca un nuovo scambio di prigionieri. Secondo Washington, Israele ha accettato “più o meno” l’intesa per una pausa delle ostilità di sei settimane, e “la palla ora è in mano ad Hamas”. L’obiettivo resta quello di un’intesa prima dell’inizio del Ramadan, il 10 marzo, ma come sempre la trattativa resta appesa a un filo, anche perché il governo Netanyahu appare irremovibile su un punto: la fazione palestinese deve consegnare la lista degli ostaggi ancora vivi. 

In attesa di un cessate il fuoco, sono aumentati gli sforzi internazionali per l’assistenza umanitaria. La consegna degli aiuti resta la sfida principale per Gaza, nella misura in cui l’Oms ha denunciato che almeno 10 bambini sono morti per malnutrizione negli ultimi giorni. Anche gli Stati Uniti sono scesi in campo direttamente: tre C-130 dell’Air Forces Central hanno lanciato 66 pacchi contenenti circa 38.000 pasti, seguendo l’esempio di Egitto, Giordania, Emirati e Francia. La radio militare israeliana ha descritto l’intervento dell’aviazione Usa come “un chiaro segno d’insoddisfazione” di Washington nei confronti dell’alleato per la grave situazione umanitaria nella Striscia. Lo stesso presidente Joe Biden ha sottolineato che gli aiuti che arrivano sono “insufficienti”, e dall’amministrazione si rileva che “l’ingresso di assistenza via terra” resti necessaria.

Per Israele, ha chiarito un alto funzionario diplomatico, la questione chiave non è il ritorno dei civili nel nord della Striscia, ma l’identità degli ostaggi che verranno rilasciati da Hamas, così come il numero dei prigionieri palestinesi liberati per ogni ostaggio. La fazione palestinese, finora, non ha risposto a queste domande, e Israele si aspetta di ricevere notizie non più tardi di oggi, lunedì, ha aggiunto il diplomatico. Mentre un funzionario dell’amministrazione Biden ha confermato che “gli israeliani l’hanno più o meno accettato” di chiudere: l’idea sarebbe quella di “un cessate il fuoco di sei settimane, se Hamas acconsentisse a rilasciare gli ostaggi vulnerabili”.

Sugli ostaggi monta anche le pressione dei cittadini israeliani nei confronti del loro governo. In decine di migliaia sono scesi in strada a Gerusalemme, chiedendo che tutti tornino a casa. Sul terreno le forze armate dello Stato ebraico hanno continuato l’offensiva contro Hamas bombardando praticamente su tutta la Striscia. Fonti palestinesi hanno segnalato raid su alcune case a Deir al-Balah e a Jabalia, rispettivamente nel centro e nel nord, che avrebbero provocato almeno 17 morti. Oltre 10 vittime sono state contate nel sud, a Rafah, dove è stata centrata una tenda di sfollati.

Tutto questo mentre resta ancora forte lo shock per la strage di palestinesi di giovedì scorso, oltre 100 morti e 700 feriti, durante la consegna degli aiuti. Secondo il direttore dell’ospedale al-Awda di Jabalia, dove sono stati portati molti dei feriti, circa l’80% di loro presentavano lesioni di arma da fuoco. Anche l’Onu, che ha visitato la struttura, lo ha confermato. L’esercito israeliano invece ha ribadito che la maggior parte delle persone sono morte nella calca. L’Ue, attraverso l’alto rappresentante Josep Borrell, è tornata a chiedere “un’indagine internazionale imparziale”.