Una legge sbagliata è lo specchio di una politica sbagliata. L’ha detto a suo tempo Paul Keating, anche se il suo “bad policy is bad politics” ha più impatto. Ma il concetto è quello e Jim Chalmers, profondo studioso del suo ‘idolo’, sicuramente lo sa. Lo sa ovviamente anche Anthony Albanese che ha resistito fino a venerdì a fare finta che non stia succedendo niente per ciò che riguarda il budget, che le critiche sono frutto solo di una interpretazione sbagliata dei provvedimenti, di interessi di parte o delle opportunistiche letture negative offerte dall’opposizione. Va tutto bene, ha continuato a dire tenendo la barra più diritta possibile sulla bontà dell’operazione ‘equità’ fino a quando, in un’intervista radiofonica, è arrivato un momento di ‘debolezza’, con un mezzo annuncio di un passo indietro almeno per ciò che riguarda i trust discrezionali testamentari.
Non li avevano mai presi in considerazione nelle loro riforme fiscali, attuate o proposte, né Keating né Bill Shorten, invece Chalmers ha cercato di introdurre - nascondendola tra le righe - la famosa e politicamente letale “death tax”. La reazione è stata puntuale: un immediato grido di allarme lanciato dalla Coalizione e un diffuso coro di no, via media, ad una tassa di successione di qualsiasi tipo. Ma soprattutto disappunto generale per il subdolo tentativo di infilare l’imposta più odiata nel pacchetto-riforme fiscali ‘pro giovani’ e ‘anti privilegi’, cercando di non farla notare.
E poi qualcuno si meraviglia se l’ascesa di One Nation non è più un fenomeno marginale o una semplice anomalia, legata solo ad un momento particolarmente difficile per il Paese e agli abbondanti vuoti creati da una Coalizione impegnata a farsi più male possibile. Nel giro di pochi mesi, il partito di Pauline Hanson è passato dall’essere considerato una forza di protesta periferica a rappresentare un autentico terremoto politico, capace di ridefinire gli equilibri della ‘destra’ australiana e mettere in crisi l’intero sistema bipartitico che ha dominato la scena per decenni. Le recenti vittorie elettorali di One Nation nelle statali del South Australia e nel seggio federale di Farrer, indicano che il malcontento sociale ed economico sta trovando una nuova espressione politica, alimentata da populismo, sfiducia verso i maggiori partiti e trasformazioni profonde nella comunicazione politica.
Ciò che colpisce non è soltanto la crescita del partito di Hanson, ma il contesto in cui essa avviene. L’Australia, tradizionalmente considerato un Paese politicamente stabile e moderato, sembra ora attraversare le stesse dinamiche di fondo che hanno contribuito a riportare Donald Trump alla Casa Bianca, che hanno provocato la crescita di Reform UK nel Regno Unito e l’espansione, ormai consolidata, dei movimenti populisti in mezza Europa. In tutti questi casi, il filo conduttore è simile: una parte consistente della popolazione sente di non essere più rappresentata dai partiti tradizionali e reagisce cercando alternative che promettono rottura, autenticità e opposizione radicale allo status quo.
One Nation ha saputo intercettare questo sentimento con straordinaria efficacia. Hanson e il suo partito parlano direttamente agli elettori frustrati dal costo della vita, dall’aumento dei prezzi dell’energia, dalla crisi immobiliare e dal senso di declino economico delle aree regionali. Molti cittadini non credono più che l’attuale sistema politico sia in grado di migliorare concretamente le loro condizioni di vita. E il budget di Chalmers, imperniato su riequilibri generazionali e di classe, non fa altro che alimentare questi sentimenti e il vuoto di fiducia che si è creato.
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle analisi politiche è la trasformazione generazionale del voto. Secondo il sondaggista Kos Samaras, una parte significativa della Generazione X economicamente in difficoltà si sta orientando verso One Nation, mentre molti giovani della Generazione Z scelgono invece i Verdi o qualche indipendente. Questo dato rivela una polarizzazione crescente: gli elettori più colpiti dalle incertezze economiche tendono a rifugiarsi in forze anti-sistema, ma lo fanno in direzioni ideologiche opposte. Da una parte c’è il populismo nazionalista e conservatore; dall’altra, un progressismo radicale centrato su ambiente, giustizia sociale e redistribuzione della ricchezza.
In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: i partiti tradizionali non convincono più. Laburisti e liberali vengono percepiti da molti come due facce della stessa ‘vecchia élite’ politica, più interessata agli equilibri interni e alle strategie parlamentari che ai problemi quotidiani dei cittadini. Questo spiega perché il linguaggio ultra-semplificato e diretto riesca a penetrare così facilmente. Quando One Nation sostiene che l’immigrazione sia responsabile della crisi abitativa o dell’aumento della pressione economica, propone spiegazioni semplici a problemi complessi. Ed è proprio questa semplicità che rende il suo messaggio efficace.
Naturalmente, ciò non significa che tali spiegazioni siano corrette, anzi: semplificano, infatti, e distorcono fenomeni economici e sociali molto più articolati. Tuttavia, il populismo raramente vince sul piano della precisione analitica; vince invece sul terreno emotivo. Offre colpevoli facilmente identificabili - le élite, gli immigrati, la burocrazia, i media - e promette il ritorno a un passato idealizzato in cui il Paese era più stabile, più prospero e culturalmente più coeso.
La questione dell’immigrazione è centrale in questa strategia e One Nation utilizza il tema migratorio come simbolo di un cambiamento nazionale percepito come minaccioso da una parte dell’elettorato. L’insicurezza economica si intreccia con la paura del cambiamento culturale, della perdita di controllo.
I social media amplificano enormemente sia il fenomeno che il messaggio con i loro spazi illimitati di ‘libertà’ incontrollata d’opinione, di accuse, di paure, di soluzioni senza troppi fronzoli e barriere di stile e correttezza, all’insegna della massima emotività.
Ma il vero problema per la politica australiana non è soltanto la crescita di One Nation in sé. Il nodo centrale riguarda la crisi di credibilità in generale dei partiti, specie per ciò che riguarda i liberali e i nazionali che si trovano intrappolati in una posizione quasi impossibile. Da un lato devono contrastare proprio la ‘squadra non squadra’ Hanson per evitare di perdere definitivamente il loro elettorato conservatore; dall’altro non possono attaccarlo troppo apertamente, perché rischierebbero di alienarsi cittadini già profondamente delusi.
Questa ambiguità emerge chiaramente nelle strategie di Angus Taylor e Matt Canavan. Entrambi cercano di recuperare consensi popolari adottando toni più conservatori e più aggressivi contro il governo Albanese, ma senza legittimare completamente Hanson. È un equilibrio fragile e forse insostenibile.
Il Partito laburista osserva questa dinamica con evidente interesse strategico. Gli elettori di One Nation, infatti, sono tra i più ostili al governo e alle sue politiche, ma il loro voto potrebbe favorire proprio il partito di Albanese frammentando il fronte conservatore.
Una frammentazione che pone anche una questione più ampia sulla natura del populismo contemporaneo. One Nation appare estremamente efficace nel canalizzare rabbia e protesta, ma molto meno convincente quando si parla di concretezza dal punto di vista programmatico. La sua forza deriva proprio dall’essere percepita come forza esterna al sistema, libera dai compromessi e dalle discipline legate ad una vera e propria alternativa di governo.
Ciò non significa che il fenomeno sia destinato a scomparire. Al contrario, le condizioni che alimentano la popolarità di One Nation sono profonde e più reali che mai e sono legate ad un rapporto autentico con gli elettori. Il suo successo è il sintomo di una crisi più ampia dei programmi e delle soluzioni, perché quando milioni di cittadini sentono che la politica non parla più con loro, il populismo diventa inevitabilmente attraente. Può essere pericoloso, può essere demagogico, può essere incoerente, ma offre qualcosa che molti percepiscono come autentico: la sensazione di essere finalmente ascoltati.