La bioingegnera italiana Giulia Silvani, ricercatrice e docente all’Università del New South Wales, ha portato al Botany View Hotel di Newtown la sua ricerca sul glioblastoma, una delle forme più aggressive di tumore al cervello, esposto in condizioni di microgravità simulata. Il suo intervento, No gravity, no rules: towards understanding cells in space, faceva parte di Pint of Science, il festival di divulgazione scientifica che in due giorni ha portato i ricercatori dentro i pub di oltre cinquecento città in 27 paesi. Sul palco del Botany View, insieme a Silvani, anche Margaret Jacobsen (UTS) con un intervento sui tessuti ricavati da microrganismi e rifiuti tessili, e Alexandra Skeer (UTS), che ha parlato dell’impatto della carenza di ossigeno sulle barriere coralline.
Quella che Silvani ha raccontato è una scoperta controintuitiva: quando le cellule del glioblastoma vengono esposte a una condizione che imita l’assenza di gravità, non muoiono e non diventano più aggressive. Si adattano. Invadono meno il tessuto circostante, si attaccano di più tra loro, diventano più coese, come se cercassero di stabilizzarsi in un mondo dove le regole fisiche sono cambiate. “Immaginate di essere in piedi su un autobus in movimento - ha spiegato la ricercatrice -. Vi aggrappate al palo più forte. Forse le cellule tumorali, nel loro modo microscopico, stanno facendo qualcosa di simile”.
Per Silvani il 2026 si è aperto con un doppio riconoscimento: a gennaio è stata promossa docente nella Facultà di Scienze dell’UNSW e si è aggiudicata un DECRA, uno dei riconoscimenti più ambiti dell’Australian Research Council per i ricercatori a inizio carriera, con un finanziamento di circa 530.000 dollari su tre anni proprio per indagare come le cellule tumorali si adattano alla microgravità.
Romana, dottorato alla Sapienza, in Australia dal 2019, lavora oggi nel Kilian Lab dell’UNSW.
L’idea di studiare il cancro in microgravità può sembrare bizzarra e Silvani lo ha riconosciuto subito: “Perché qualcuno che studia il cancro al cervello dovrebbe interessarsi alla microgravità?”. La risposta sta nel fatto che il glioblastoma non è solo una malattia di crescita incontrollata, è una malattia d’adattamento. Le cellule percepiscono l’ambiente fisico, sentono se è morbido o rigido, si attaccano, spingono, si riorganizzano. Se l’ambiente cambia, cambia anche il loro comportamento.
Nel suo laboratorio la ricercatrice costruisce idrogeli, materiali morbidi che simulano la consistenza del tessuto cerebrale, e ci coltiva dentro cellule di glioblastoma. Poi, grazie a un dispositivo rotante che cambia continuamente l’orientamento delle cellule rispetto alla gravità, le espone a una condizione di microgravità simulata,
Silvani è stata attenta a non promettere ciò che la scienza non può ancora dare. “Non stiamo dicendo che la microgravità simulata sia una cura per il glioblastoma. Non stiamo mettendo i pazienti su macchine rotanti aspettandoci che i tumori spariscano. Non è quello il punto. Il punto è capire”. Capire come l’ambiente fisico, e non solo i geni, i farmaci o le mutazioni, modelli il comportamento del cancro.
La ricerca scientifica si muove in un linguaggio tecnico che difficilmente esce dai laboratori e dalle riviste specialistiche. Pint of Science prova a fare il contrario: per due ore, in un pub, sono i ricercatori stessi a raccontare il proprio lavoro, senza mediazione e il pubblico può fare le domande che vuole. Come fatto notare da un collaboratore di Silvani al Kilian Lab, a margine della serata, questi incontri non funzionano in una sola direzione: chi non è del settore, con le sue domande, mette sul tavolo prospettive che dentro al laboratorio forse non emergono.
Pint of Science è nato nel 2012 da due ricercatori dell’Imperial College London, Praveen Paul e Michael Motskin, ed è arrivato oggi in oltre cinquecento città, per portare la scienza in mezzo alla gente, in uno spazio di confronto dove la distanza tra laboratorio e pubblico, per un po’, si accorcia.