ROMA - Il primo vertice intergovernativo tra Italia e Albania punta a segnare un cambio di passo nella relazione tra Roma e Tirana, sancendo un livello di cooperazione che Giorgia Meloni definisce “storico” per la qualità e la quantità delle intese firmate. Sedici accordi, tra protocolli tecnici e intese politiche, che spaziano dalla sicurezza alla difesa, dalla cooperazione industriale alla cultura, fino ai dossier economici e infrastrutturali che proiettano i due Paesi al centro del quadrante adriatico. La presidente del Consiglio italiana insiste sul carattere sistemico dell’alleanza, un’amicizia “che arriva da lontano ma che da oggi vuole essere più sistemica”, e che si consolida con una regia politica condivisa con il primo ministro albanese Edi Rama, interlocutore considerato affidabile e, nelle parole della stessa Meloni, già capace di comportarsi “come una nazione membro dell’Unione europea”.

Il vertice, che si è svolto nella magnifica cornice di Villa Pamphilj, è stato dedicato alla sigla di accordi che delineano una rete di cooperazione ad ampio raggio: dalla cybersicurezza alla lotta al narcotraffico, dalla cessione a Tirana di due motovedette della Guardia costiera italiana alla collaborazione nel settore della difesa, fino ai protocolli culturali tra la Fondazione Maxxi e la Galleria nazionale albanese. 

Particolarmente significativa è l’intesa industriale tra Fincantieri e Kayo per la costruzione di sette navi a Pashaliman, cui si aggiungono il memorandum tra Cassa Depositi e Prestiti e il ministero delle Finanze albanese e l’accordo tra Simest e l’Agenzia albanese per lo sviluppo degli investimenti. 

Un mosaico di cooperazioni che punta a rafforzare ulteriormente i rapporti economici, considerando che l’Italia già oggi è il primo partner commerciale di Tirana. Per questo Meloni e Rama hanno concordato l’organizzazione di un business forum entro la prima metà del 2026, con l’obiettivo dichiarato di offrire continuità agli investimenti tra i due sistemi produttivi.

Ma è il protocollo sui migranti, firmato nel 2022, il vero cuore politico del vertice e allo stesso tempo il tema più controverso, sia sul fronte interno italiano sia nei rapporti con l’Europa. 
Giorgia Meloni rivendica con forza la bontà del progetto, definendolo un “meccanismo innovativo” che non tutti avrebbero compreso e che in molti avrebbero tentato di bloccare. 

La presidente del Consiglio indica nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo l’elemento decisivo per far funzionare a pieno regime i centri in territorio albanese. Con l’entrata in vigore delle nuove regole europee, sostiene, quei centri “funzioneranno esattamente come avrebbero dovuto dall’inizio”, mentre i due anni persi, questa la tesi della presidente del Consiglio, sarebbero dovuti a ostacoli non imputabili al governo italiano. 
Nel mirino, le decisioni dei tribunali che hanno bloccato i trasferimenti ritenendo non sicuri Paesi come Bangladesh e Tunisia, nonostante la Commissione europea li abbia inseriti nella lista dei Paesi considerabili sicuri. Una contraddizione che Meloni interpreta come il segnale di un contenzioso politico più profondo di quanto appaia.

Le opposizioni reagiscono a queste dichiarazioni della presidente del Consiglio, secondo loro, tutto il protocollo di intesa tra Italia e Albania è un fallimento. 
La segretaria del Partito democratico Elly Schlein parla di “800 milioni buttati per costruire prigioni vuote”, Giuseppe Conte, leader degli ex grillini, sostiene che la presidente del Consiglio avrebbe “ammesso” il fallimento del progetto, mentre Riccardo Magi di +Europa ritiene che neppure il nuovo Patto Ue consentirà di gestire centri come quelli previsti dall’accordo con l’Albania. 
Rama, dal canto suo, respinge le critiche e rilancia con entusiasmo. L’accordo sui migranti, dice, lo rifarebbe “cento volte” con l’Italia, ma mai con altri Paesi. E alla domanda sul perché, risponde con l’ironia che spesso lo caratterizza: “Perché non siete l’Italia, è un problema”.

Il vertice è andato però oltre la dimensione emergenziale della politica migratoria e si inserisce in una strategia più ampia che punta a rafforzare la proiezione europea dell’Albania. 

Meloni sottolinea come Tirana dimostri una “solidarietà rara” tra i partner continentali e ribadisce l’impegno dell’Italia ad accompagnare l’Albania nel percorso di integrazione europea. Una traiettoria lunga, avviata nel 2009, che secondo il governo italiano potrebbe entrare nella fase finale nel 2028, quando Roma assumerà la presidenza di turno del Consiglio Ue. L’obiettivo auspicato dalla premier è aprire in quella finestra i negoziati politici, per poi chiudere il percorso entro il 2030. Rama, che con Meloni mostra una sintonia politica personale evidente, si dice certo che “a Palazzo Chigi ci sarà ancora la mia sorella d’Italia”.

Un accento particolare è stato posto anche sulla dimensione infrastrutturale, con il rilancio del cosiddetto “corridoio 8”: una dorsale che dalla Puglia punta al Mar Nero attraversando Albania, Macedonia del Nord e Bulgaria. Un progetto che mira a rendere l’Adriatico una piattaforma strategica di collegamento tra Mediterraneo, Balcani ed Europa orientale, rafforzando sicurezza, sviluppo e competitività regionale. Completa il quadro il clima di forte vicinanza culturale, evidente al momento della plenaria, quando quasi tutti i ministri albanesi hanno preso la parola parlando in italiano. Un dettaglio che Meloni definisce “commovente” e che, nelle sue parole, testimonia quanto l’Italia continui a rappresentare un punto di riferimento per Tirana.