TEHERAN - Iran e Israele hanno annunciato una nuova tregua dopo 48 ore di intensi scambi di attacchi che avevano fatto temere il definitivo collasso della fragile intesa entrata in vigore l’8 aprile, giunta dopo oltre 100 giorni di guerra.
A favorire la de-escalation è stato il forte pressing diplomatico del presidente statunitense Donald Trump, che ha invitato pubblicamente le parti a interrompere “immediatamente” le operazioni militari.
Parlando con i giornalisti al termine della finale di Nba, Trump si è mostrato ottimista sugli sviluppi nel Golfo: “I negoziati con l’Iran sono in corso, non si sono fermati. Penso che potremo avere almeno un’idea tra uno o due giorni. Credo stiano andando bene”.
Il presidente ha annunciato che “lo Stretto di Hormuz riaprirà immediatamente dopo la firma dell’accordo, che potrebbe avvenire tra due o tre giorni”, aggiungendo che l’obiettivo resta “la privazione totale dell’Iran delle armi nucleari” e che, in questo senso, “l’assedio economico sull’Iran è meglio dell’opzione militare”.
Il capo della Casa Bianca ha poi commentato la reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che domenica scorsa ha lanciato missili contro l’Iran come ritorsione per un precedente attacco di Teheran.
“Non posso biasimarlo per questo. Ora hanno deciso di chiudere la questione – ha spiegato Trump –. Quindi si lasceranno in pace per un’altra settimana o giù di lì. La cosa va avanti da molto tempo. Potrei dire circa 3000 anni, se proprio vogliamo. Ma di certo va avanti da 47 anni”.
Facendo poi sfoggio della propria influenza sull’alleato, ha puntualizzato: “Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa. Si sono scambiati frecciatine, e ora entrambi hanno concordato, tramite me, di fermarsi, e siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo molto buono”.
Proprio nelle stesse ore, la tensione nell’area del Golfo è stata rimarcata dalla notizia del crash di un elicottero d’attacco Apache dell’esercito statunitense, precipitato nei pressi dello Stretto di Hormuz. Lo stesso Trump ha confermato l’incidente assicurando che “i due piloti sono salvi”, sebbene restino da chiarire le cause, divise tra l’ipotesi di un abbattimento da parte del fuoco iraniano, un guasto meccanico o fattori ambientali.
La fiammata di violenza delle ultime 48 ore aveva fatto risuonare le sirene d’allarme sia a Teheran sia a Tel Aviv. L’Iran ha lanciato circa trenta missili contro Israele a partire da domenica sera, presentandoli come risposta al raid israeliano sulla periferia sud di Beirut (roccaforte di Hezbollah), che aveva causato due morti e venti feriti. Gli attacchi incrociati hanno provocato almeno 15 feriti in territorio iraniano.
Teheran è stata la prima a dichiarare conclusa la propria operazione, definendola una “severa rappresaglia”. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sostenuto che l’Iran ha modificato gli equilibri del confronto, impedendo che il cessate il fuoco restasse soltanto un accordo formale destinato a essere violato sul terreno.
Subito dopo è arrivata la controparte di Netanyahu, che ha confermato: “Al momento le ostilità su questo fronte sono cessate”. Il premier ha però avvertito che Israele continuerà a esercitare il proprio diritto all’autodifesa, rispondendo “con forza” a nuovi attacchi.
Sulla stessa linea il ministro della Difesa Israel Katz, il quale ha ribadito che lo Stato ebraico non fermerà le operazioni contro Hezbollah in Libano. Nella sola giornata di lunedì, Israele ha bombardato una quindicina di località nel sud del Libano, provocando almeno 14 morti e oltre venti feriti. Nelle scorse ore l’emittente libanese Al-Mayadeen ha segnalato nuovi raid israeliani contro la zona di al-Rabieh, nel settore di Tiro.
La stessa città di Tiro è finita al centro di un “avvertimento urgente” di evacuazione immediata diramato via social da Avichay Adraee, portavoce arabofono dell’esercito israeliano: “Avvertimento urgente agli abitanti della città di Tiro, incluso il quartiere cristiano, così come ai campi (palestinesi) e ai quartieri circostanti. Per la vostra sicurezza, vi chiediamo di evacuare immediatamente le vostre abitazioni e di spostarvi a nord del fiume Zahrani”.
Dal canto suo, Hezbollah ha rivendicato attacchi contro le truppe israeliane schierate nel sud del Libano, evitando tuttavia di colpire direttamente il territorio israeliano.
La stabilità regionale resta minacciata anche su altri fronti: nella notte, l’esercito israeliano ha intercettato un “obiettivo aereo sospetto” proveniente dallo Yemen, poche ore dopo che i ribelli houthi avevano rivendicato un attacco e dichiarato il divieto di navigazione per le navi israeliane nel Mar Rosso. Nonostante ciò, un primo segnale di parziale normalizzazione è giunto da Teheran, dove il principale aeroporto internazionale ha ripreso la piena operatività dopo la riapertura dello spazio aereo nazionale.
Sullo sfondo dei colloqui bilaterali restano profonde distanze geopolitiche. L’Iran insiste affinché il conflitto con Hezbollah e il dossier più ampio che coinvolge Teheran, Israele e Stati Uniti vengano trattati come un’unica crisi interconnessa. Al contrario, Washington punta a separare i tavoli, rinviando la soluzione del fronte libanese.
La fretta di Trump di congelare le ostilità risponde anche a dinamiche interne, essendo il presidente intenzionato a contenere un conflitto politicamente costoso negli Stati Uniti alla vigilia delle elezioni di metà mandato. Una cautela strategica ribadita dal vicepresidente JD Vance, il quale ha ricordato che, pur condividendo numerosi interessi con Israele, esistono situazioni nelle quali le priorità dei due Paesi non coincidono. Rimangono comunque attivi i canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran mediati dal Pakistan, anche se Trump ha lamentato la lentezza del processo negoziale.