PALERMO – Il 10 febbraio 1986, quarant’anni fa, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone si apriva il maxiprocesso a Cosa Nostra, il più grande procedimento penale mai celebrato contro la mafia, destinato a segnare una svolta nella storia giudiziaria italiana.
Nel giorno dell’anniversario, Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, procuratore della Repubblica a Catania e pm a Roma, ricostruisce, in un’intervista a Il Globo, il contesto storico e istituzionale in cui maturò.
“Bisogna considerare qual era la situazione in quel momento: per decenni le organizzazioni mafiose in Sicilia, e anche quelle in Calabria e in Campania, erano rimaste impunite”, spiega Salvi.
Un’impunità che, sottolinea, era stata pagata a caro prezzo, e il cui costo “era stato sostenuto dagli investigatori e dai magistrati con la loro stessa vita”. Tra questi, per esempio, c’è Cesare Terranova, giudice istruttore assassinato il 25 settembre 1979, dopo aver istruito processi contro Cosa Nostra e aver ottenuto la condanna all’ergastolo di Luciano Liggio, in una fase in cui i procedimenti contro la mafia continuavano a chiudersi per insufficienza di prove.
La svolta maturò all’inizio degli anni Ottanta, dopo una lunga sequenza di omicidi eccellenti che scosse il Paese, tra cui quello del prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa.
“Nel 1982 si inaugurò finalmente una stagione di modifiche normative, a partire dall’introduzione del reato di associazione di stampo mafioso, il 416 bis”, ossia una definizione che riconosceva come la mafia “non fosse un antistato, ma una minaccia che erodeva lo Stato dal suo interno”, spiega Salvi.
In quel quadro si inserì il lavoro del pool antimafia guidato da Giovanni Falcone, insieme a Paolo Borsellino, Peppino Di Lello, Gioacchino Natoli, Leonardo Guarnotta e altri magistrati.
“Si impegnarono attraverso nuovi metodi di lavoro, in particolare il lavoro di gruppo, e utilizzando strumenti investigativi che erano nati per contrastare il terrorismo”, osserva Salvi, indicando la discontinuità rispetto al passato.
Sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, tra cui l’ex esponente di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, “costruirono un complesso impianto probatorio fortemente fondato su prove anche materiali, come la ricostruzione dei rapporti economici tra i vertici dell’organizzazione”, e così si arrivò alla richiesta di rinvio a giudizio di 476 imputati.
“Era la prima volta che si tentava un’impresa di tali dimensioni”, afferma Salvi, secondo cui si trattò di una scelta “resa necessaria per i forti vincoli associativi di Cosa Nostra”.
Per poter celebrare il processo fu necessario costruire in pochi mesi una nuova aula di giustizia, collegata direttamente al carcere dell’Ucciardone di Palermo, per evitare i pericolosissimi trasferimenti dei detenuti: la cosiddetta “aula bunker”. Uno sforzo che coinvolse magistratura, forze di polizia e apparati dello Stato.
“L'intero Paese, per la prima volta, affrontava questa sfida in maniera determinata e unita”, sottolinea Salvi.
Il dibattimento, presieduto da Alfonso Giordano con Pietro Grasso giudice a latere, si concluse il 16 dicembre 198,7 con una sentenza durissima: su 475 imputati la corte pronunciò 344 condanne detentive, di cui 19 all’ergastolo, e 114 assoluzioni.
Fu, ricorda Salvi, un passaggio senza precedenti anche per il ruolo affidato alla cittadinanza: “Per la prima volta in Sicilia furono i giurati popolari, persone scelte a sorte, a decidere ergastoli e anni di carcere per i mafiosi”.
Un impianto che resistette in appello e in Cassazione dove, il 30 gennaio 1992, si chiuse definitivamente il processo.
Quel risultato, ricorda Salvi, venne però pagato duramente: “Il magistrato della Procura generale della Corte di Cassazione incaricato di studiare il processo di legittimità, Antonino Scopelliti, fu assassinato mentre preparava il giudizio”. E sempre quello stesso anno, pochi mesi dopo la conclusione del maxiprocesso, vennero assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
“L’Italia aveva vinto però una sfida difficile, in anni segnati non solo dalla violenza mafiosa, ma anche dal terrorismo”, conclude Salvi, ribadendo che il Paese “seppe rispondere con determinazione, rafforzando gli strumenti di indagine e organizzativi, ma senza violare le regole dello Stato di diritto”.
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