BUENOS AIRES – “Per arrivare alla firma di un accordo commerciale Ue-Mercosur ci sono voluti 25 anni; per questo trattato tra Stati Uniti e Argentina, appena un anno”. Così Pablo Quirno, ministro degli Esteri, commercio internazionale e culto dell’Argentina commenta l’accordo commerciale con gli Stati Uniti firmato giovedì 5 febbraio.
Le sue parole mostrano chiaramente dove punta la politica estera di questa fase del governo di Javier Milei. Accordi bilaterali “con Paesi democratici e capitalisti”, come ha sottolineato il capo di Gabinetto Manuel Adorni. Che non si è risparmiato la solita stoccata nei confronti del kirchnerismo, accusandolo di avere in passato respinto l’Alca (Area di libero commercio delle Americhe, promossa dagli Usa all’inizio degli anni 2000) e trasformato l’Argentina in una nazione piccola, povera e isolata, il cui unico rapporto col mondo era con regimi di dubbia qualità democratica, come Venezuela, Cuba, Nicaragua o Iran.
L’accordo bilaterale con gli Usa è, per Adorni, una “tappa storica” per l’Argentina. “L’accordo comprende impegni in materia di investimenti – dice – e l’accesso preferenziale al mercato statunitense per molte delle nostre industrie e consolida la relazione bilaterale strategica. Include inoltre l’eliminazione reciproca dei dazi per 1.675 prodotti. Questo significa un nuovo ed enorme mercato per le nostre imprese, un mercato di oltre 340 milioni di persone, e più e migliori prodotti per i nostri consumatori”.
A beneficiarne sarebbero tutte le province, a cominciare da quelle a vocazione zootecnica, come Buenos Aires, Formosa, Misiones, Chaco, Corrientes ed Entre Ríos. “L’apertura del mercato statunitense a medicinali e forniture mediche argentine – aggiunge – consente esportazioni ad alto valore aggiunto e avvantaggia direttamente province come Córdoba e Santa Fe. Con la stessa logica, l’accordo beneficerà anche province minerarie come Santa Cruz, San Juan, Mendoza, Jujuy, Salta e Catamarca”.
Alla conferenza stampa di presentazione dell’Accordo bilaterale su commercio e investimenti tra Argentina e Stati Uniti, i ministri presenti – non solo Quirno e Adorni ma anche Luis Caputo (Finanze) e Federico Sturzenegger (Deregolamentazione) – erano a dir poco raggianti. Quirno, che è entrato nel governo il 28 ottobre 2025, dopo le elezioni, ha portato a casa il suo primo grande successo.
“Siamo il primo governo del Sud America nella storia a ottenere un accordo commerciale di questo tipo, con queste caratteristiche”, osserva Adorni.
Quirno ha sottolineato come l’accordo dia all’Argentina il libero accesso a un mercato di 340 milioni di abitanti. “Ma è importante – aggiunge – perché è il primo trattato in America Latina che include non solo commercio, ma anche investimenti: investimenti che si realizzeranno grazie a un migliore quadro normativo e regolatorio e anche attraverso il finanziamento di organismi statali statunitensi, come l’Exim Bank e la DFC (Development Finance Corporation), che sosterrà in modo deciso le imprese statunitensi nel rafforzare i loro investimenti in Argentina in settori strategici per entrambi i Paesi”.
Sebbene il trattato includa migliaia di prodotti, al centro ci sono i minerali critici. “L’Argentina – dice Quirno – ha una proiezione mineraria di livello mondiale, destinata a generare un enorme ingresso di dollari e esportazioni future di materiali e minerali critici”. Il ministro assicura l’arrivo a breve di investimenti per tutto il Paese, perché – dice – “le risorse naturali sono distribuite nelle province: il Nord con il potenziale minerario e la vicinanza alle Ande; l’energia legata a Vaca Muerta, in Neuquén; la Patagonia… Ci sono moltissime opportunità per migliorare la vita degli argentini e sostenere la crescita nei decenni a venire”.
Resta da definire il presente delle materie prime convenzionali, in particolare alluminio e acciaio, per i quali la riduzione o eliminazione dei dazi sia stata rinviata. “Questi accordi sono dinamici, non statici – obietta Quirno –. Gli Stati Uniti stanno negoziando con molti Paesi nello stesso tempo. Il loro impegno è saldo: ieri mi hanno consegnato una lettera in cui si conferma che, in base all’incontro bilaterale tra i nostri presidenti, la questione sarà valutata continuamente per ottenere la riduzione dei dazi che auspichiamo su acciaio e alluminio. Serve un po’ di pazienza, ma l’impegno resta intatto”.
L’importanza dell’accordo sui minerali critici, secondo il ministro, “va oltre il commercio, è strategica. Nell’incontro ministeriale a Washington con 55 Paesi dell’emisfero occidentale abbiamo discusso come garantire sicurezza dell’offerta e catene del valore, evitando distorsioni di mercato”.
Resta da discutere il ruolo del “convitato di pietra”, cioè Pechino, primo concorrente di Trump nella caccia alle terre rare.
Su questo punto il ministro mette le mani avanti. “L’accordo non implica che la Cina non possa partecipare agli investimenti in Argentina: di fatto investe già in minerali – si affretta a sottolineare –. Ciò che fa questo accordo è dare maggiore prevedibilità affinché le imprese statunitensi, che complessivamente rappresentano il primo investitore in Argentina, possano aumentare le loro attività”.
Quirno strizza anche l’occhio al settore agropecuario, preoccupato per la possibile invasione di carne dagli Stati Uniti. “Abbiamo identificato una quota fino a 100.000 tonnellate metriche l’anno, che rappresenta circa 800 milioni di dollari di aumento dell’interscambio. Ma non è competitivo per la carne USA accedere al mercato argentino quanto lo è per noi entrare in quello statunitense”.
A livello di blocco regionale, resta da chiedersi se un accordo bilaterale implica uno squilibrio all’interno del Mercosur o magari la stessa uscita dell’Argentina.
“Tutto ciò che stiamo facendo con accordi bilaterali è consentito all’interno del quadro del Mercosur – assicura Quirno –. È chiaro che l’Argentina vuole aumentare in modo deciso la flessibilità del blocco sudamericano. Non abbiamo tempo da perdere: dobbiamo consolidare la crescita futura e accelerare le riforme. Per questo abbiamo un’agenda ambiziosa per le sessioni straordinarie del Congresso. Speriamo che i progetti presentati siano approvati rapidamente, incluso l’accordo Mercosur–Ue”.
Andare avanti a qualsiasi costo è il comando che arriva dall’alto. “È importante – spiega – perché l’approvazione di uno dei Paesi del Mercosur consente l’attivazione provvisoria dell’accordo per quel Paese. Quindi, anche se l’Europarlamento ha inviato il trattato alla Corte di giustizia, quando l’Argentina approverà l’accordo, esso potrà essere attivato provvisoriamente tra noi e la Ue: man mano che gli altri Paesi del Mercosur faranno lo stesso, si aggiungeranno”.
Da sinistra, Sturzenegger, Quirno, Santiago Bausili (presidente della Banca centrale), Caputo e Adorni. (Foto: Casa Rosada).
Da una parte, il governo Milei che annuncia un’Argentina incamminata verso “mitiche sorti e progressive”, tanto per citare Giacomo Leopardi, dall’altra i mercati statunitensi, che – in modo apparentemente inspiegabile – accolgono l’accordo con un ribasso delle azioni argentine (-11%) a Wall Street, mentre il rischio-Paese sale di nuovo a 516 punti (secondo l’indice di JP Morgan).
Secondo gli analisti, si tratta di una reazione alla mancata revisione del metodo di calcolo dell’inflazione da parte dell’Indec (l’Istituto nazionale di statistica), che giovedì scorso ha portato alle dimissioni del presidente Marco Lavagna. Una decisione politica che i mercati hanno letto come una mancanza di trasparenza, che nemmeno l’annuncio dell’accordo con gli Usa ha potuto mitigare.
Quirno però minimizza. “L’Indec non è assolutamente un tema di preoccupazione – afferma con nonchalance e grandi sorrisi –. Ho partecipato all’ultimo accordo con il Fondo moneterio internazionale. Sono questioni discusse regolarmente, ma quanto l’Argentina decide di fare di propria iniziativa non incide in alcun modo sul rapporto con il Fondo, né su quello con gli Stati Uniti. Non è una questiokne rilevante”.
Inoltre, non solo le opposizioni, ma lo stesso settore industriale avverte sulla prevedibile disparità di condizioni tra le due parti. In particolare, il comparto automobilistico denuncia che, mentre cola a picco la produzione locale (secondo Adefa, l’associazione di categoria, meno 23,2% tra novembre 2023 e dicembre 2025), il governo permetterà l’ingresso senza dazi di 10.000 veicoli di fabbricazione statunitense, che si aggiungeranno a quelli cinesi, senza generare alcun incentivo per sostenere le esportazioni.