TEHERAN - Una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciata all’ultimo minuto dal presidente Donald Trump, ha evitato un’escalation militare su larga scala nel Golfo Persico, aprendo al tempo stesso una finestra negoziale carica di incertezze.
L’intesa è stata raggiunta a meno di due ore dalla scadenza fissata da Washington per la riapertura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. Trump aveva promesso attacchi massicci contro le infrastrutture civili iraniane in caso di mancato accordo, arrivando a minacciare “un’intera civiltà” se le sue richieste non fossero state soddisfatte.
Secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, la tregua è stata negoziata con la mediazione del Pakistan ed è subordinata all’impegno di Teheran a garantire la ripresa del traffico di petrolio e gas attraverso lo stretto.
“Questa sarà una tregua reciproca - ha specificato Trump dalla sua piattaforma social Truth -. Il motivo è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo molto avanti verso un accordo definitivo per una pace duratura con l’Iran e nel Medio Oriente”.
Anche l’Iran ha confermato l’intesa, pur precisando che non si tratta della fine del conflitto. “Si sottolinea che ciò non significa la fine della guerra”, ha dichiarato il Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale di Teheran, annunciando al contempo l’avvio di nuovi negoziati con gli Stati Uniti a Islamabad.
Secondo le autorità iraniane, il piano in discussione prevederebbe la revoca delle sanzioni statunitensi, il ritiro delle forze americane dalla regione e il riconoscimento del programma nucleare di Teheran, oltre al controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiarito che, durante il periodo di tregua, il passaggio nello Stretto di Hormuz sarà consentito ma sotto stretto controllo militare iraniano: “Per un periodo di due settimane, il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz sarà possibile attraverso il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo conto dei limiti tecnici”.
Sul piano politico, entrambe le parti rivendicano il successo. L’Iran sostiene di aver imposto le proprie condizioni, parlando apertamente di una vittoria strategica.
“Il nemico, nella sua guerra ingiusta, illegale e criminale contro la nazione iraniana, ha subito una sconfitta innegabile, storica e schiacciante”, si legge nella dichiarazione del Consiglio Supremo, che ha anche avvertito: “Le nostre mani restano sul grilletto e, al minimo errore del nemico, verrà sferrata una risposta con tutta la forza”.
La tregua è arrivata al termine di una giornata convulsa, segnata da un’intensificazione degli attacchi. Nelle ore precedenti all’accordo, Stati Uniti e Israele avevano colpito obiettivi sensibili in Iran, tra cui infrastrutture ferroviarie, un aeroporto e impianti petroliferi sull’isola di Kharg, nodo centrale per l’export energetico iraniano.
In risposta, Teheran aveva minacciato di estendere gli attacchi alle infrastrutture dei Paesi del Golfo, rivendicando operazioni contro una nave e un complesso petrolchimico saudita.
Il Pakistan, che ha svolto un ruolo chiave nella mediazione, ha accolto con favore l’accordo e si prepara a ospitare i negoziati, con il primo ministro Shehbaz Sharif che ha invitato le parti a proseguire il dialogo.
Sharif ha anche annunciato che il cessate il fuoco dovrebbe estendersi ad altri fronti regionali: “Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, incluso il Libano e altre aree, con effetto immediato”. Il governo di Tel Aviv, da parte sua, ha però smentito l’inclusione del territorio libanese nella tregua.
Rimane grande l’incertezza sul possibile esito dei negoziati, dopo che il presidente americano ha dichiarato che la proposta iraniana in dieci punti rappresenterebbe “una base praticabile” per un accordo definitivo.
A pesare sulle scelte della Casa Bianca c’è anche il contesto interno. Con le elezioni di medio termine all’orizzonte, il consenso di Trump è in calo e una larga parte dell’opinione pubblica americana si dice contraria al conflitto, preoccupata anche per l’impatto economico, in particolare sull’aumento dei prezzi dell’energia.
Nonostante l’annuncio del cessate il fuoco, la situazione sul terreno resta instabile. Pochi minuti dopo la dichiarazione di Trump, l’esercito israeliano ha segnalato il lancio di missili dall’Iran verso il proprio territorio, segno di una tregua ancora fragile e soggetta a possibili violazioni.
Il conflitto, giunto alla sesta settimana, ha già provocato oltre 5mila vittime in diversi Paesi, tra cui più di 1.600 civili iraniani, secondo stime di fonti governative e organizzazioni per i diritti umani.