TEHERAN - Il Consiglio supremo iraniano per la sicurezza nazionale ha rotto il silenzio, definendo una “grande vittoria diplomatica” il fatto che gli Stati Uniti abbiano accettato il loro piano in 10 punti come base per i negoziati che inizieranno venerdì 10 aprile a Islamabad.
Nonostante l’annuncio, Teheran mantiene i toni alti. “Non è la fine della guerra”, avvertono le autorità, “abbiamo la mano sul grilletto e risponderemo con forza al minimo errore del nemico”.
Attraverso l’agenzia Tasnim, l’Iran ha delineato le condizioni non trattabili per trasformare la tregua in una pace definitiva, chiedendo innanzitutto la cessazione degli attacchi contro tutte le componenti “dell’Asse della Resistenza”, incluso Hezbollah, e l’abbandono di tutte le basi e i punti di dispiegamento statunitensi nella regione.
Oltre alla sospensione dele ostilità, l’Iran ha chiesto un impegno di non aggressione, una garanzia che difficilmente gli Stati Uniti potranno fornire, anche in considerazione della necessità di tutelare Israele, loro alleato storico regionale.
Teheran rivendica inoltre il controllo e la supervisione sulla navigazione nello Stretto di Hormuz con l’introduzione di una tassa di transito fino a 2 milioni di dollari a nave, da dividere con l’Oman e destinare alla ricostruzione. Questa richiesta rischia di essere la secca su cui la trattativa potrebbe arenarsi.
Hormuz è in acque territoriali iraniane e omanite, e il suo status giuridico è oggetto di disputa. Per la Convenzione di Montego Bay (1982) è un passaggio internazionale, ma l’Iran (che ha firmato l’accordo, ma non lo ha mai ratificato) sostiene che si applichi il più restrittivo passaggio “inoffensivo”, secondo cui uno stato costiero può sospendere un transito per motivi di sicurezza.
Il piano prevede poi l’accettazione del diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi civili. Nella loro proposta gli Usa chiedevano la rinuncia totale al nucleare. Le due proposte, quindi, sono in netta opposizione, soprattutto se si considera che Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra proprio per impedire la creazione di un arsenale nucleare di Teheran.
Inoltre, l’Iran ha chiesto la cancellazione immediata di ogni sanzione imposta da Usa, Onu e Aiea, insieme alla restituzione di beni congelati stimati tra i 100 e i 120 miliardi di dollari. Questo è probabilmente uno dei punti più semplici da realizzare, poichè era già contenuto nella proposta statunitense.
Completano le richieste il rilascio di tutti gli asset iraniani detenuti all’estero o bloccati dagli Stati Uniti (che secondo i dati di Iran International oscillano tra i 100 e i 120 miliardi di dollari, di cui 2 miliardi detenuti da Washington). Il pagamento integrale dei danni subiti dall’Iran durante il conflitto è un’altra delle condizioni difficile da ottenere: Teheran ha attaccato diversi Paesi del Golfo che, a loro volta, potrebbero essere titolati a chiedere dei risarcimenti.
Infine, la Repubblica islamica ha richiesto la ratifica dell’intero accordo in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, una petizione che potrebbe essere facilmente soddisfatta, anche perché la Russia, sostenitrice di Teheran, siede nel Consiglio.
Sebbene Donald Trump abbia definito il piano una “base praticabile”, il confronto con la realtà militare e diplomatica rivela ostacoli quasi insormontabili a partire dal paradosso del Libano. L’Iran esige la fine delle operazioni contro Hezbollah, ma Israele ha già chiarito che la tregua non riguarda il fronte libanese, dove i bombardamenti, di fatto, continuano.
L’altro scoglio è la richiesta di un “pedaggio” per le navi in transito a Hormuz, richiesta che collide con il diritto internazionale (Convenzione di Montego Bay) che garantisce il passaggio libero. L’Oman, partner necessario per la gestione dello Stretto, ha già espresso la propria contrarietà a tariffe di transito.
Il nodo nucleare, già menzionato, resta il punto su cui le posizioni risultano più distanti. A cui si aggiunge la richiesta del ritiro delle truppe statunitensi: il ripiegamento di 50.000 soldati dispiegati nel territorio è visto dagli analisti come una mossa per guadagnare spazio negoziale, più che come un obiettivo logistico immediato.
Nonostante le evidenti difficoltà, i negoziati inizieranno venerdì sotto la guida di Mohammad Bagher Ghalibaf (Capo del Parlamento iraniano) e dal vicepresidente Usa JD Vance.
Teheran ha già avvertito che il clima sarà di “totale sfiducia” e ha chiesto unità nazionale assoluta: “Le trattative sono la continuazione della battaglia sul campo. Se la resa del nemico diventerà un risultato politico, festeggeremo; altrimenti, torneremo a combattere”.