VARESE – Con le sue espressioni in lumbard, gli insulti a “Roma Ladrona” e le foto con l’abbronzatura “da muratore”, ha segnato il passaggio tra la paludata Prima Repubblica e l’avvento della Seconda, traghettata da Tangentopoli agli sguaiati anni del Berlusconismo.

Umberto Bossi, il Senatúr, è morto a 84 anni. Con lui scompare una delle figure più riconoscibili, pittoresche e divisive della politica italiana dalla fine degli anni ’80 e la prima decade del 2000.

È stata la voce rauca di un Nord Italia arrabbiato che, grazie all’altalenante alleanza con Silvio Berlusconi, è riuscito a convogliare il malcontento territoriale in un progetto politico che ha cambiato gli equilibri del Paese.

Nato nel 1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, Bossi arriva alla politica dopo una giovinezza irregolare, tra lavori saltuari, studi mai conclusi, con un passaggio, dicevano i maligni, all’ormai mitica Scuola Radio Elettra (un ente privato di formazione per corrispondenza). E perfino un tentativo nel mondo della musica.

I primi passi li muove a sinistra, come “un altro” prima di lui, ma la svolta arriva alla fine degli anni Settanta con l’incontro con il leader autonomista valdostano Bruno Salvadori. Da lì prende forma il percorso che lo porterà a fondare, prima, la Lega Autonomista Lombarda e poi, nel 1989, la Lega Nord.

È negli anni Novanta che Bossi diventa protagonista assoluto della scena politica. La Lega cresce rapidamente, intercettando il crollo dei partiti tradizionali travolti da Tangentopoli.

Nel 1992 il partito sfonda, diventando la quarta forza politica, mentre lo slogan “Roma ladrona” entra nel linguaggio comune. I primi deputati e senatori leghisti, intanto, a Roma ci arrivano e danno segno di ambientarsi bene. 

Il leader leghista costruisce un’identità politica fondata su federalismo, anti-centralismo e una retorica spesso aggressiva, che gli garantisce consenso, ma anche forti polemiche.

Il rapporto con Silvio Berlusconi segna un’altra fase cruciale della sua carriera: alleati nel 1994 (con Alleanza Nazionale, malgrado al congresso del partito, nel 1993, avesse gridato “Mai con i fascisti!”), nemici pochi mesi dopo, di nuovo alleati nel 2001.

Bossi sarà ministro delle Riforme nei governi di centrodestra, portando avanti il progetto federalista, mai pienamente realizzato e bocciato nel referendum del 2006. In quegli anni consolida il suo ruolo di leader capace di fare e disfare maggioranze, far traballare governi o garantirne la sopravvivenza.

Figura controversa – a metà strada tra “Lenin e Tex Willer”, dirà di lui il leader Pd Pierluigi Bersani – ha incarnato uno stile politico sopra le righe (ma sempre consapevole del gioco delle parti), fatto di slogan, provocazioni e simboli – dall’ampolla del Po alla retorica della Padania – che hanno segnato un’epoca.

Colpito da un grave ictus nel 2004, Bossi non si è mai ritirato del tutto dalla scena pubblica, mantenendo fino agli ultimi anni un ruolo simbolico all’interno del partito e continuando a intervenire nel dibattito politico, spesso in polemica con la svolta unitaria impressa dalla nuova dirigenza.

La sua parabola è stata segnata anche da vicende giudiziarie e scandali, legati anche a membri della sua famiglia, in particolare il figlio Renzo, soprannominato “il Trota” dal suo stesso padre, che nel 2010 aveva conseguito una laurea-fuffa in un’università privata in Albania, dopo appena un anno dalla Maturità in Italia, ottenuta, peraltro, dopo tre bocciature.

A questo fatto si ricollega il più grave scandale del 2012, davuto a rimborsi elettorali presuntamente usati da Renzo per acquisti personali, tra cui la suddetta laurea e auto di lusso. Venne coinvolto anche Francesco Belsito, tesoriere della Lega.

Il processo che ne seguì cadde in prescrizione, ma nel frattempo padre e figlio furono costetti a dimettersi, rispettivamente, da segretario della Lega Nord e da consigliere della Regione Lombardia.  Nella Lega si è aperta così la strada alla leadership di Roberto Maroni e, successivamente, di Matteo Salvini poi, che hanno accentuato la svolta a destra di un partito nato essenzialmente su basi autonomiste.

Con la morte di Umberto Bossi si chiude definitivamente una stagione della politica italiana: quella in cui la Lega nasce come movimento territoriale e diventa forza decisiva nei governi del centrodestra. Bossi ne è stato il volto, la voce e il simbolo.