CANBERRA – Il primo ministro Anthony Albanese ha annunciato la creazione di una Commissione reale federale sull’antisemitismo e sul deterioramento della coesione sociale, cedendo a settimane di pressioni politiche, istituzionali e mediatiche seguite al più grave attacco terroristico nella storia recente del Paese: la strage di Bondi Beach del 14 dicembre, durante la quale 15 persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite.
L’attacco, ispirato allo Stato islamico e compiuto da Sajid e Naveed Akram — padre e figlio — ha colpito un evento di celebrazione di Hanukkah, quando i due hanno aperto il fuoco contro cittadini ebrei australiani. Naveed Akram, 24 anni, è sopravvissuto e deve rispondere di 59 capi d’accusa, tra cui 15 omicidi. Il governo ha ribadito che l’inchiesta dovrà svolgersi senza compromettere i procedimenti penali futuri.
A guidare la Commissione sarà Virginia Bell, ex giudice dell’Alta Corte, incaricata di presentare il rapporto finale entro il 14 dicembre, cioè entro il primo anniversario dell’attacco. Albanese ha assicurato che non si tratterà di un percorso lungo e divisivo, come aveva sostenuto inizialmente quando resisteva alle richieste di una commissione federale. “Questa Commissione reale è il formato giusto, ha la durata giusta e i termini di riferimento giusti per ottenere il risultato giusto per la nostra unità nazionale e la nostra sicurezza nazionale”, ha dichiarato ai giornalisti a Canberra.
In un passaggio che sottolinea come il governo intenda presentare l’indagine come parte di una strategia più ampia, Albanese ha aggiunto: “Una Commissione reale non è l’inizio o la fine di ciò che l’Australia deve fare per sradicare l’antisemitismo, o proteggerci dal terrorismo, o rafforzare la nostra coesione sociale”. E ha concluso: “Abbiamo ascoltato. Vogliamo dare alle persone l’opportunità di farsi avanti e di farlo in un modo che promuova la coesione sociale”.
Secondo il primo ministro, la decisione è maturata dopo colloqui con i leader della comunità ebraica e, soprattutto, con i familiari delle vittime e i sopravvissuti. “Ho preso il tempo per riflettere, per incontrare i leader della comunità ebraica e, cosa più importante, ho incontrato molte delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti di quel terribile attacco”, ha detto Albanese.
“Le loro vite e i loro mondi sono stati distrutti... ho versato lacrime con loro. Voglio ringraziare le persone per quelle conversazioni oneste e dal cuore aperto”.
L’inchiesta si concentrerà su quattro aree principali: la natura e la diffusione dell’antisemitismo; le misure per assistere le forze dell’ordine e le agenzie di sicurezza anche attraverso possibili interventi su immigrazione e controlli; le circostanze che hanno portato all’attacco di Bondi; e le raccomandazioni per rafforzare la coesione sociale e contrastare la radicalizzazione ideologica e religiosa.Albanese ha spiegato di aver scelto una commissione nazionale perché il fenomeno non è confinato a un singolo Stato. In particolare ha detto che l’antisemitismo non si ferma tra “il fiume Tweed e il Murray”, indicando simbolicamente i confini tra il Queensland e il New South Wales e tra il New South Wales e il Victoria.
La decisione ha avuto effetti immediati anche a livello statale. Il governo del New South Wales aveva annunciato a dicembre una propria commissione d’inchiesta, ma il premier Chris Minns ha confermato che l’iniziativa verrà cancellata ora che è stata istituita un’indagine federale.
Un secondo filone investigativo, già in corso, sarà incorporato nel lavoro della commissione. Si tratta dell’indagine condotta dall’ex capo dei servizi Dennis Richardson, incaricato di esaminare il ruolo delle agenzie di intelligence e sicurezza. Il suo rapporto provvisorio sarà reso pubblico ad aprile e confluirà nella risposta intermedia della commissione.
La scelta di Virginia Bell, tuttavia, non è stata priva di controversie. Alcuni membri della comunità ebraica hanno espresso perplessità per precedenti decisioni giudiziarie in cui Bell aveva sostenuto il diritto di protesta come espressione politica, contribuendo a ribaltare alcune leggi anti-manifestazione. Tra coloro che avevano sollevato dubbi figura anche l’ex tesoriere federale Josh Frydenberg, per anni il più alto rappresentante ebreo all’interno della coalizione.
Nonostante ciò, nelle ore successive all’annuncio Frydenberg ha fatto sapere che la comunità ebraica sosterrà la commissione per garantirne il successo. “Ora che Virginia Bell è stata nominata, la comunità ebraica la sosterrà, fornirà tutte le prove, fornirà le testimonianze, per ottenere le migliori raccomandazioni, la roadmap più pratica per portare avanti il nostro Paese”, ha detto.
“La comunità ebraica vuole avere fiducia e confidenza nella persona al timone di questa Commissione reale. Questa è la cosa più importante”. E ha concluso: “Siamo tutti fortemente coinvolti nel rendere questa ‘royal commission’ un successo”.
Albanese ha difeso la nomina sostenendo che Bell è “ampiamente rispettata su tutta la linea” e che la sua esperienza in ambito di diritto penale sarà cruciale. “Non c’era nessuno della statura di Virginia Bell”, ha insistito, rispondendo alle critiche.
L’opposizione, invece, ha accusato il primo ministro di aver ceduto solo perché costretto dall’opinione pubblica. La leader dei liberali, Sussan Ley, ha detto che Albanese è stato trascinato a istituire l’indagine dopo settimane di ritardi. “La decisione del primo ministro di istituire finalmente una Commissione realefederale non è un atto di leadership, è un’ammissione che la sua litania di scuse è crollata”, ha dichiarato. E ha aggiunto: “Anthony Albanese ha ceduto, non perché credeva che una ‘royal commission’ federale fosse la cosa giusta da fare, ma perché è stato costretto a farlo dal popolo australiano”.
Ley chiede ora che la commissione indaghi anche sulle decisioni politiche prese dal governo e che i ministri siano chiamati a testimoniare. “I ministri (devono) essere chiamati a rispondere”, ha detto. “L’esecutivo deve rispondere — di fatto sul banco degli imputati — su quali avvertimenti sono stati dati, quali avvertimenti sono stati ignorati, quali azioni sono state intraprese o forse non intraprese”.
E ha attaccato direttamente Albanese: “Se Anthony Albanese fosse stato determinato a contrastare l’antisemitismo negli ultimi tre anni quanto lo è stato a evitare questa Commissione reale nelle ultime tre settimane, penso che oggi saremmo in una posizione migliore”.
Albanese ha replicato che la scelta di chi dovrà testimoniare spetterà alla commissaria. Ha anche respinto l’idea che la retromarcia lo faccia apparire debole. “Penso che le persone che esprimono le loro opinioni sia una cosa positiva. I governi dovrebbero essere aperti ad ascoltare, e noi lo abbiamo fatto”, ha detto. Nel dibattito, il primo ministro ha anche cercato di delimitare chiaramente il campo d’azione dell’inchiesta, soprattutto rispetto alle tensioni legate alla guerra in Medio Oriente e alle fratture politiche interne alla propria base.
“Non voglio una Commissione reale sul fatto che forniamo una soluzione su Gaza o sul Medio Oriente”, ha detto. “Questo non è il ruolo di una Commissione reale... gli australiani vogliono due cose. Quando si tratta del Medio Oriente, vogliono che finisca — vogliono pace per israeliani e palestinesi. Ma l’altra cosa che vogliono è che il conflitto non venga portato qui”.
Dalla comunità ebraica organizzata sono arrivate accoglienze positive. Il presidente dell’Executive Council of Australian Jewry, Daniel Aghion, ha detto che la ‘royal commission’ è la scelta giusta per analizzare “livelli senza precedenti di antisemitismo nella comunità”. “Accogliamo con favore l’annuncio del primo ministro e ci aspettiamo che i termini di riferimento della Commissione reale consentano un esame onesto delle politiche di governo e della condotta e delle politiche delle istituzioni e delle figure chiave nei principali settori della nostra società”, ha affermato. “Questo è l’unico modo in cui gli standard di decenza e correttezza, che da sempre contraddistinguono l’Australia, possono essere mantenuti”.
Anche la Zionist Federation of Australia ha sottolineato la necessità di una risposta concreta. “L’istituzione di una ‘royal commission’ è un passo necessario e importante e l’ampiezza dei suoi termini di riferimento fornisce una solida base per risultati significativi”, ha dichiarato il presidente Jeremy Liebler, chiedendo che l’inchiesta sia in grado di seguire le prove e consegnare riforme pratiche. Il dibattito si concentra ora su quale impatto reale potrà avere la commissione.
Secondo il professore associato di diritto e giustizia dell’Università del New South Wales, Harry Hobbs, la storia australiana offre un precedente chiaro: per avere possibilità di essere attuate, le raccomandazioni devono essere concrete. “In generale, si vogliono raccomandazioni pratiche e accessibili e semplici... perché queste cose hanno più probabilità di essere accettate”, ha detto. “Se sono complesse e costose e difficili e contestate, allora è meno probabile che vengano attuate”.