Su una cosa Pauline Hanson ha sicuramente ragione: non è la stessa donna che una trentina d’anni fa ha abbandonato il suo negozio di fish and chips, per dedicarsi alla politica.
E dopo tre decenni, con svariate esperienze (tra le quali il carcere) e intense battaglie - all’insegna di una indubbia e più che preoccupante coerenza in fatto di convinzioni anti-immigrazione e anti-multiculturalismo -, la parlamentare del Queensland è riuscita ad ottenere un incredibile traguardo: per la prima volta il suo partito, One Nation, ha superato in un sondaggio la Coalizione.
Un sorpasso nei consensi diretti che la dice tutta sullo stato di salute della politica australiana in generale, ma soprattutto sulle condizioni in cui si trova la squadra guidata da Sussan Ley.
Un sorpasso che ha perfino interrotto la tradizione del primo ministro Anthony Albanese di non commentare i sondaggi: il leader laburista non ce l’ha fatta proprio a resistere e ha messo in preallarme gli elettori “perché - ha detto - l’incremento del populismo di destra spesso porta a considerevoli divisioni” nella società.
Un insolito intervento per sottolineare che Pauline Hanson ha scelto di tenere una conferenza stampa per ‘celebrare’ il successo di One Nation nei sondaggi nella stessa giornata in cui in Aula veniva presentata una mozione di cordoglio per le vittime dell’attacco terroristico di Bondi.
La politica insomma non si lascia mai sfuggire un’occasione né da una parte né dall’altra e neanche dalla ormai sempre più consistente fascia degli ‘altri’, perché il bipartitismo sta cominciando ad andare sempre più stretto anche qui in Australia: i laburisti perdono terreno, ma la Coalizione non ne approfitta, anzi retrocede ancora; a crescere nelle intenzioni di voto sono invece i partiti minori e gli indipendenti, a dimostrazione di una crescente disaffezione degli elettori con i maggiori partiti e la ricerca di alternative che spesso offrono risposte semplici e dirette a temi che facili non sono, ma che nessuno cerca di farlo capire.
Politica che si è impossessata anche della tragedia di Bondi il giorno successivo della speciale sessione di cordoglio per le vittime del massacro e appena 48 ore prima della giornata di lutto nazionale per quegli stessi australiani ebrei assassinati, prevista per quest’oggi, 22 gennaio.
Il primo ministro ha sicuramente aumentato la politicizzazione della vicenda con un intervento in Aula - legato al voto sulle disordinate e frettolose leggi contro l’antisemitismo e le armi (tra l’altro approvate anche dal Senato, nella tarda serata di martedì, con altre controverse prese di posizione da parte dei nazionali) -, davvero poco edificante, andando a cercare ‘complici e colpevoli’ in casa liberale.
Poco edificante, comunque, anche la risposta della leader dell’opposizione, Sussan Ley che non ha minimamente cercato di distanziarsi da una contesa politica sul più grave attacco terroristico interno nella storia australiana e ha utilizzato il ‘question time’ per cercare di mettere personalmente in imbarazzo il primo ministro, chiedendogli di “chiedere scusa” per quanto accaduto sulla spiaggia di Bondi.
Dopo le genuine lacrime e l’indubbia angoscia dimostrata, lunedì, da deputati e senatori impegnati a raccontare emozioni forti, storie di morte, ferite e traumi, dichiarando di “essere al fianco degli australiani ebrei” e la loro determinazione a non “non lasciarli soli in questo tragico momento di buio e disorientamento”, martedì è cambiato tutto: tutti contro tutti, senza risparmio e controllo, all’insegna della massima faziosità.
Sebbene la Camera dei rappresentanti fosse effettivamente riuscita a ottenere qualche risultato nella lotta contro i discorsi d’odio e nella riforma delle armi, la speranza che si potesse fare molto di più è svanita quando Albanese e Ley sono ricorsi a quella politica spicciola che entrambi avevano dichiarato di voler evitare.
La leader dell’opposizione non ha cercato di portare il dibattito sulle ragioni dell’attacco di Bondi - che erano alla base delle leggi in discussione - e non si è nemmeno interessata ad andare oltre, chiedendo come si doveva e poteva arrivare a misure che potessero prevenire il ripetersi di qualche catastrofico evento. Ley ha preferito invece cercare di guadagnare qualche punto-visibilità chiedendo ripetutamente al capo di governo di “chiedere scusa” per l’attentato.
A mantenere il livello più basso possibile del confronto, diventato più politico che mai, poi ci ha pensato lo stesso Albanese che, ovviamente, le scuse non le ha fatte, ma invece di fare passi avanti, ha fatto inopportuni passi indietro (nel tempo) accusando il suo predecessore alla Lodge, Scott Morrison, e Josh Frydenberg - entrambi direttamente coinvolti nella mini-campagna che ha ‘costretto’ il primo ministro a convocare una Commissione reale d’inchiesta - di non aver fatto abbastanza contro l’antisemitismo.
Ha puntato il dito contro l’ex ministro del Tesoro ricordando che sei anni fa aveva lanciato l’allarme contro un aumento dei sentimenti antisemiti nel Paese, ma non aveva spinto la Coalizione ad intervenire.
“Lasciatemi essere molto chiaro. Tutti i governi avrebbero dovuto fare di più. Questo è il mio punto. L’idea che l’antisemitismo sia iniziato due anni fa, con il cambio di governo, è falsa ed è dimostrata falsa dai commenti di coloro che siedono di fronte a me in posizioni di rilievo”, ha detto Albanese in parlamento.
“Nonostante l’aumento dell’antisemitismo, il governo Morrison ha nominato un inviato speciale per combattere l’antisemitismo?”, ha chiesto retoricamente, elencando poi le azioni intraprese dal suo esecutivo al riguardo, tra cui l’espulsione dell’ambasciatore iraniano.
E, ancora una volta, il primo ministro ha anche cercato di assicurare tutti che non c’è stata alcuna forzatura o cambiamento di opinione per ciò che riguarda la famosa Commissione reale che, a suo dire, era sempre stata considerata ed è arrivata dopo un giusto processo di consultazioni con la comunità ebraica e valutazioni degli strumenti a disposizione per affrontare “il problema che stiamo vivendo, che non è certamente nuovo per il Paese”.
Resistenza, senza cedere di un passo: nessuna ammissione, nessuna preoccupazione sul fronte credibilità, anche perché durante il presunto dovuto procedere in modo ordinato, il leader di governo aveva più volte respinto l’idea della Commissione ritenuta non necessaria e con tempi di indagine comunque troppo lunghi. Molto meglio, secondo il capo di governo, un’indagine immediata sull’operato dei Servizi di Intelligence in fatto di prevenzione e coordinamento e un giro di vite sulle armi.
Politica fino in fondo anche la scelta dei nazionali di sfilarsi dalla doppia legge approvata martedì scorso.
Astensione alla Camera e voto addirittura contrario nel Senato, con tre ministri ombra pronti a mettere in crisi (nuovamente) la tenuta di una Coalizione sfilacciata, con chiari problemi di tenuta e leadership: Susan McDonald, Bridget McKenzie e Ross Cadell (assieme a Matt Canavan, che però non ha alcun incarico nello schieramento ombra) hanno scelto di votare contro rifiutando, di fatto, le direttive dell’esecutivo liberal-nazionale, aprendo una nuova falla per ciò che riguarda un’opposizione costantemente alle prese con differenze e divisioni interne che minano l’autorità di Ley.
Buone intenzioni quindi con il ritorno anticipato in Aula per mostrare unità di intenti e reale impegno a riconoscere ed affrontare il problema dell’antisemitismo.
Alla fine si è arrivati ad un passaggio annacquato delle leggi proposte da un governo e un primo ministro in affanno, grazie all’appoggio di una parte della Coalizione che ha, comunque, evitato il ricorso - che sarebbe stato ancora più divisivo e traumatico – a compromessi con i verdi che avrebbero ulteriormente impoverito le riforme proposte.
Hanson ringrazia, la maggioranza degli australiani probabilmente molto meno, mentre si preparano a nuove manifestazioni, proteste e accesi dibattiti sull’Australia Day: lunedì solite celebrazioni e commemorazioni per una giornata che dovrebbe unire ed invece continua a dividere una nazione in chiare difficoltà identitarie ed emotive.