Accisa sui carburanti dimezzata, tassa sui veicoli pesanti azzerata con aumento congelato per i prossimi sei mesi: mali estremi, estremi rimedi. Gli economisti accusano il primo ministro di aver perso l’occasione di resistere alla tentazione di essere popolare a scapito della disciplina fiscale, con conseguenza certa di ulteriori pressioni sull’inflazione e sulla Banca centrale per ciò che riguarda i tassi d’interesse.

La Coalizione, una volta tanto, ha preso l’iniziativa di suggerire una misura a scadenza per venire incontro all’emergenza carburanti (e costo della vita) e Anthony Albanese e il ministro del Tesoro Jim Chalmers hanno accettato la sfida: 26,3 centesimi in meno per litro alla pompa (quando sarà possibile, dato che non ci sono automatismi tra annunci, riserve e sconti), qualche punto popolarità guadagnato. Critiche di Angus Taylor e Matt Canavan per non averlo fatto prima ed economisti, invece, pronti a fare paragoni con leader del passato: ‘Hawke e Keating non l’avrebbero fatto’. 

Il tutto con l’orizzonte sempre più vicino del bilancio di gestione sul quale Chalmers e i suoi collaboratori stanno già lavorando in un contesto globale tutt’altro che favorevole. Il conflitto in Medio Oriente ha contribuito a destabilizzare le aspettative economiche, rendendo sicuramente ancora più difficile per Chalmers mantenere le promesse di riforme strutturali che aveva inizialmente annunciato con grande enfasi. Quella che doveva essere una manovra capace di segnare una svolta – fondata su disciplina in fatto di spesa, riforma fiscale e aumento della produttività – rischia ora di trasformarsi in un esercizio di grande equilibrismo, segnato da compromessi e scelte che alla fine saranno messe in discussione.

Uno degli aspetti più problematici è l’uso, da parte del governo, della retorica sull’ineguaglianza intergenerazionale come giustificazione per possibili modifiche alla tassazione dei capitali e dei risparmi. Sebbene il tema dell’equità tra generazioni sia reale e meriti attenzione, il rischio è che venga utilizzato come “copertura politica” per interventi affrettati e mal calibrati. In un momento in cui l’economia globale è fragile, introdurre cambiamenti fiscali significativi senza una visione chiara e coerente potrebbe generare più incertezza che benefici.

è routine che con l’avvicinarsi del budget arrivino puntuali ‘consigli’ e ‘avvisi’ dal mondo industriale e, ovviamente, dall’opposizione, ma in questo incredibile 2026, condizionato dall’imprevedibilità di una guerra che ha tolto qualsiasi punto di riferimento e complicato come non mai qualsiasi tipo di previsione, il dibattito pre budget è iniziato con largo anticipo. La necessità di dimostrare azione e decisionismo - sostengono già molti osservatori - potrebbe facilmente portare a privilegiare misure simboliche rispetto a interventi realmente efficaci nell’interesse nazionale. Lo si è visto già, secondo alcuni, con l’intervento a termine sull’accisa sui carburanti, sostenuto anche dagli Stati.

L’idea di ridurre l’imposta per alleviare il peso dell’aumento dei prezzi del carburante su famiglie e imprese appare, a prima vista, politicamente saggia. Tuttavia, solleva questioni complesse. Da un lato, vi è il costo diretto per il bilancio pubblico; dall’altro, il potenziale effetto inflazionistico. In un contesto in cui l’inflazione è già ben al di sopra degli obiettivi che si fanno sempre più lontani dall’ottimale 2-3%, la decisione annunciata da Albanese lunedì scorso potrebbe spingere la Banca centrale ad aumentare ulteriormente i tassi d’interesse, aggravando la pressione sui mutuatari e sull’economia in generale.

La proposta dell’opposizione di finanziare il taglio dell’accisa attraverso riduzioni di spesa evidenzia un punto cruciale: ogni intervento fiscale ha un costo e richiede compensazioni. Chalmers, tuttavia, non ha ancora indicato chiaramente come intenda coprire questa riduzione delle entrate, alimentando dubbi sulla sostenibilità complessiva della politica fiscale aggiustata dalle esigenze di un momento di gravissima crisi internazionale.

Un altro elemento, spesso frainteso, riguarda il funzionamento dell’accisa stessa. Essendo una tassa fissa, l’aumento dei prezzi del carburante non comporta automaticamente un incremento delle entrate fiscali. Solo un aumento dei volumi di consumo può generare maggiori entrate, ma tale dinamica è incerta e difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Nel frattempo, l’aumento del gettito GST – che deriva dai prezzi più alti – va a beneficio degli Stati, non del governo federale, complicando ulteriormente il quadro finanziario sul quale Chalmers e i suoi collaboratori devono muoversi.

In questo scenario, emergono anche proposte di natura ambientale, come l’eliminazione del rimborso sull’accisa per il diesel utilizzato fuori strada, in particolare nei settori minerario e agricolo. Tuttavia, questa misura è spesso fraintesa: il suo scopo è evitare una doppia imposizione su attività che non utilizzano infrastrutture stradali. Abolirla senza un’attenta valutazione rischierebbe di introdurre distorsioni economiche significative.

Guardando alla spesa pubblica, il contrasto tra la retorica della disciplina e la realtà dei numeri è evidente. Quando Jim Chalmers ha assunto l’incarico, la spesa era pari a 627 miliardi di dollari, ovvero il 24,3% del Pil (Prodotto interno lordo). Oggi si prevede che raggiunga i 787 miliardi, pari al 26,9% del Pil. Questo aumento significativo solleva interrogativi sulla credibilità delle dichiarazioni relative al contenimento della spesa. Numeri che hanno già fatto scattare le critiche degli economisti, ma non scoraggiato gli impegni del ministro del Tesoro che, martedì, ha ribadito le sue intenzioni di andare avanti con le riforme anche se dovranno per forza essere ricalibrate in base alle nuove condizioni economiche interne ed esterne. 

Quando gli è stato chiesto se le circostanze economiche avessero ridotto la propensione del governo per un bilancio ambizioso, com’era stato più volte sottolineato, Chalmers ha affermato che il Tesoro continuerà a lavorare su misure di risparmio, fiscalità e produttività “per essere esaminate dai colleghi di gabinetto”.

“Quando vediamo come le condizioni economiche globali stanno incidendo su costi ed entrate qui in Australia, qualsiasi governo attento e responsabile ne tiene conto nel proprio piano di bilancio”, ha dichiarato il responsabile del Tesoro. Che ha comunque insistito su alcuni punti chiave del suo documento di gestione: “Il budget bilancerà le pressioni del presente con le esigenze e gli obblighi del futuro”. 

“Ci sarà attenzione su alcune delle questioni intergenerazionali, ci saranno sforzi per aumentare la produttività e innalzare il limite di velocità della nostra economia, ci saranno risparmi”.

Rimangono però problematiche alcune contraddizioni sul quadro di partenza dipinto da Chalmers. L’affermazione che il debito sia “più basso” sotto l’attuale governo appare difficile da sostenere, soprattutto considerando che ha superato la soglia simbolica dei 1.000 miliardi di dollari. Il confronto con stime precedenti alle elezioni sembra più un esercizio retorico che un’analisi accurata della situazione mentre continuano a crescere rapidamente alcune voci “essenziali” di spesa come il servizio del debito, il sistema di assistenza alla disabilità (NDIS), la sanità, l’assistenza agli anziani, l’istruzione e la difesa. In particolare, il National Disability Insurance Scheme rappresenta una sfida significativa: senza riforme strutturali profonde, è difficile immaginare come la spesa possa essere contenuta al di sotto del tasso di crescita economica.

Nel frattempo, si moltiplicano le ipotesi di nuove fonti di entrate, come un sistema nazionale di tariffazione dell’uso delle strade, che diventerebbe sempre più rilevante con la diffusione dei veicoli elettrici. Tuttavia, anche in questo caso, il tempismo e l’accettabilità politica di interventi ‘correttivi’ restano incerti. Una riforma di tale portata richiederebbe un ampio consenso e una progettazione accurata, non una decisione affrettata dettata da esigenze di bilancio, specie dopo tutta la campagna che è stata fatta e gli incentivi che sono stati creati nell’ambito della transizione energetica. 

Bilancio quindi di grande importanza in questo difficilissimo momento per il Paese (economia balbettante, inflazione che schizza nuovamente verso l’alto, tassi d’interesse che vanno ad aumentare le pressioni sul costo della vita), che difficilmente potrà rappresentare la svolta promessa da Albanese e Chalmers. La visione, se mai c’era, è per forza di cose offuscata da eventi che nessuno poteva aspettarsi e perderà qualche punto ‘credibilità’ con qualche intervento legato alla necessità di aiuti extra e consensi, voce quest’ultima che in politica non viene mai meno. Le riforme vere richiedono coraggio, chiarezza strategica e, soprattutto, coerenza, ma anche circostanze favorevoli che in questo incredibile 2026 sono decisamente venute a mancare. Ieri sera, come era già avvenuto in occasioni ‘storiche’ come la crisi finanziaria globale e l’emergenza Covid-19, il primo ministro in carica si è rivolto direttamente alla nazione per fare il punto sulla situazione e sulle scelte fatte dal governo, oltre ad invitare gli australiani a fare, come sempre in un momento d’emergenza, la loro parte nell’interesse del Paese.