Il bambino, tre anni, urla e singhiozza fuori di sé, in un parossismo crescente. Arriva di corsa la zia, che vive nell’appartamento accanto, preoccupata per le urla: trova la madre in crisi d’ansia e il piccolo che ancora urla e singhiozza. “Amore – chiede sollecita la zia, prendendolo in braccio – ma cos’è successo di così tremendo?”. “È tutta colpa della mammaaa!!”, riprende il piccolo urlando. “Ma cosa ti ha detto, amore mio?”. “Mi ha detto una cosa tre-meen-daaa! Mi ha detto di noooooo!”, e i singhiozzi riprendono, come se quel “no” segnasse la fine del mondo. “Va bene, tesoro, calmati”, dice la madre, già pronta alla resa, mentre il piccolo guarda la zia con un guizzo di trionfo.
Certo, molto dipende dal “come” è stato detto di no. E a che cosa. Resta il fatto che il “no” segna un limite che i piccoli oggi fanno fatica ad accettare, data la crescente tendenza a soddisfare con “sì” scivolosi ogni richiesta del bimbo, che impara presto a diventare un esigente e intransigente tiranno.
“Mamma, devo dirti una cosa”, dice il ragazzino di 14 anni, tornando dalla madre, che una mezz’oretta prima gli ha detto un definitivo “no”, in un’età bollente, la prima adolescenza, caratterizzata da negoziati continui sugli spazi di libertà, scatenando una fuga in camera, con chiusura violenta della porta.
“Ci ho pensato. Devo proprio dirti una cosa: i tuoi no, sul subito, mi fanno venire i nervi. Però poi mi danno sicurezza. Scusa per prima”. Me lo ricordava la signora, conversando a cena, orgogliosa di quel figlio che ora è un papà tenero e attento, e un marito affettuoso, oltre a essere un ricercatore molto apprezzato nell’università inglese in cui lavora.
Trent’anni o poco più separano i due figli. Eppure negli stili educativi sembrano passati cent’anni. Ascoltando e osservando, noto due tendenze educative, che polarizzo per amor di concisione. Da un lato i “no” costruttivi, quelle “frustrazioni ottimali” di cui parlava Donald Winnicott, che educano ad accettare e a negoziare i limiti; ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti, con gradualità proporzionata all’età, al carattere e alla maturità raggiunta; a negoziare fra ambizioni e strategie per realizzare i propri sogni con costanza, impegno e sacrifici, come molti atleti ci hanno mostrato in questi giorni.
Dall’altro i “no” che diventano “nì” e infine “sì”, in un rapporto negoziale che vede i piccoli trionfare per molte ragioni. Perché l’adulto non ha più voglia né tempo di negoziare “no” costruttivi, che spesso non sa più dire nemmeno a sé stesso; per oscuri sensi di colpa; per una perniciosa fake secondo cui il genitore perfetto è quello che dà sempre ragione al figlio, che lo difende a spada tratta e che legge ogni critica o inadeguatezza del figlio come l’accusa (o la prova?) di un fallimento personale da cui difendersi in modo furioso. Lo dimostrano gli attacchi contro gli insegnanti a ogni insufficienza rimediata dai figli.
Con quali conseguenze? Cresce in parallelo la moda degli alibi, delle scuse e delle scorciatoie, che costituisce l’effetto collaterale più pericoloso della difficoltà o incapacità di educare con “no” costruttivi.
Nell’alibi, che nell’etimo originario significa un “(essere) altrove”, emerge con chiarezza un dichiararsi fuori, da una situazione negativa o da un risultato deludente, per non assumersene la responsabilità, e nel frattempo incolpando altri. Un alibi intriso di presunzione, che trasmette al figlio una strategia considerata “furba e vincente”.
In parallelo, aumenta la ricerca di titoli di studio variamente “comprati”, e non solo con lauree online. Ed ecco i figli, molto zoppicanti alle superiori, raggiungere trionfanti una laurea breve. Come? E che cosa hanno imparato da questo percorso di vita? Che studiare non serve, che la competenza è un optional, che basta essere furbi e trovare le scuse e le scorciatoie giuste, e si ottiene ciò che si vuole.
La vita dimostrerà che non è così: perché nel lavoro la competenza serve. Saper usare il cervello nel risolvere piccoli e grandi problemi è indispensabile. Aver imparato dalle frustrazioni e delusioni che la vita ci pone in ogni ambito è un percorso non negoziabile.
Certo, lo status della famiglia aiuta a “piazzare” anche figli che da soli non otterrebbero nulla. E la furbizia nel gestire i rapporti interpersonali sembra essere oggi uno strumento di ascesa sociale, forse più forte di ieri.
Tuttavia la fuga in alibi, scuse e scorciatoie è una trappola che presenta conti pesanti, dipendenze e fallimenti. Il conquistarsi la vita con le proprie forze, imparando dai “no” e dalle frustrazioni ottimali, è il più prezioso degli allenamenti con cui crescere un figlio: perché sviluppi forza interiore e coraggio, sicurezza e fiducia, che lo facciano sentire protagonista della propria vita, libero e capace di scegliere chi e come essere.