Una mostra fotografica nel cuore di Fitzroy, presso la galleria Red Gallery, ha acceso, lo scorso venerdì 13 febbraio, i riflettori su un frammento prezioso della comunità italiana di Melbourne. Volti scolpiti dalla luce, occhi intensi, sguardi profondi: il percorso in bianco e nero firmato da Francesca Donnoli conduce il visitatore in un mondo magico fatto di bellezza, armonia e rigorosa autenticità estetica.

Così ci si trova a camminare nel grande padiglione e la vista inciampa ora su un primissimo piano che sembra dipinto a olio, ora su una posa perfetta, dove le espressioni serie dei soggetti fotografati – volti noti della comunità locale – comunicano l’intensità di un atto irripetibile. La composizione è potente, la profondità espressiva straordinaria: ogni ritratto sembra emergere dalla parete con la forza evocativa dei grandi quadri di stampo realista. In un lampo, lo sguardo resta avvolto, quasi incantato.

La genesi della mostra affonda le radici in un luogo simbolo: il Thornbury Espresso Bar. Fin dalla sua apertura negli anni Cinquanta è stato un centro culturale di primo ordine per immigrati europei, un approdo accogliente dove trovare lavoro tramite passaparola e dove ricostruire una nuova quotidianità. Un’ancora di salvezza per chi affrontava un Paese nuovo, spesso ostile. Oggi è ancora lì, frequentato dalle vecchie generazioni che ne custodiscono l’eredità.

Al cuore di questa tradizione c’è il Red Ace, gioco di carte identitario dalle origini misteriose. “Ho iniziato a chiedere da dove venisse – racconta Donnoli –. Ognuno aveva una versione diversa”. C’è chi giura di averlo visto giocare in un bar arroccato su una collina lucana, chi sostiene che siano stati gli italiani a esportarlo in Australia, chi assicura di conoscere l’uomo che l’ha inventato a Melbourne. La verità? “Non esiste una storia unica, ma una costellazione di racconti” spiega Donnoli.

Il titolo Red Aces allude alla carta jolly, l’asso rosso capace di ribaltare la partita. “Come i personaggi che animano queste pareti”. E in effetti, osservando i suoi soggetti, viene da chiedersi chi stabilisca le regole del gioco, chi possa cambiarle, quali rovesci di fortuna alimentino la reciproca e trionfante irrisione fra avversari, in una cultura, come quella del Belpaese, dove il gioco delle carte non è un semplice passatempo, ma un gesto culturale, un collante sociale e affettivo tramandato dai nonni ai nipoti.

Ma la galleria di ritratti di Donnoli è soprattutto lo specchio di un mondo che sembra ormai svanito. Tutto parla di un’atmosfera rarefatta, rimasta intrappolata nelle tonalità di un bianco e nero brillantissimo, capace di fermare il tempo sulle cose. Gli scatti restituiscono, magistralmente, uno sguardo autentico, privo di filtri, lontano dall’estetica compulsiva dei social. Qui non c’è perfezione studiata, ma verità: un’apertura nei volti, una fierezza composta, talvolta una malinconia appena accennata.

Nata in Australia da genitori di Viggiano, in Basilicata, Donnoli fotografa dal 2018, dopo un periodo trascorso in Italia che le ha sollecitato l’urgenza di “catturare quei volti incredibili”. Questa è la sua prima mostra personale. L’idea è maturata osservando i tavoli di carte: “Le nuove generazioni non si siedono più per ore a godere della compagnia reciproca. Dopo pranzo si guarda il telefono. Questo rituale sta scomparendo”. Documentarlo diventa quindi un atto necessario.

Le immagini sono state scattate nell’arco di due giorni, tra il lunedì e il mercoledì, quando si gioca al Thornbury. All’inizio i soggetti hanno mostrato qualche esitazione, poi l’entusiasmo ha contagiato tutti i protagonisti. Tra i ritratti spicca quello di Alessandro Castagna, 84 anni al momento dello scatto, ex ballerino segnato da audizioni e rifiuti. “Vuoi vedermi fare la spaccata?”, le chiede all’improvviso. Lei teme che si faccia male, lui si mette in posa senza troppi sforzi. Un clic e la magia è fatta. È la fotografia che più le sta a cuore: energia, ironia, resilienza in un solo gesto.

Accanto ai volti fotografati, al centro della sala, un tavolino rotondo con carte sparse, tazzine di caffè, forse una sigaretta, qualche moneta. Un dettaglio scenografico e, al contempo, una chiave di lettura, soprattutto per i visitatori che non appartengono a quel mondo. “Per me – conclude Donnoli – la mostra è soprattutto un modo per onorare i nonni, per fissare un tempo che rischia di dissolversi. Sedersi, parlare, giocare: una semplicità senza troppi fronzoli che oggi, purtroppo, abbiamo superato”.