WASHINGTON – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è al centro di nuove polemiche per una serie di dichiarazioni sempre più dure, contraddittorie e provocatorie sulla guerra con l’Iran, alimentando attacchi politici e interrogativi sulla sua condotta non solo dall’opposizione democratica ma anche da alcuni esponenti (o ormai ex) del suo movimento Maga. Il senatore democratico Jack Reed ha dichiarato che Trump “sembra aver perso il controllo”, mentre la deputata progressista Alexandria Ocasio-Cortez ha parlato di un deterioramento delle sue capacità mentali.
“è una persona malata”, ha tuonato il leader dei liberal in Senato Chuck Schumer. “25mo emendamento. Neanche una bomba è stata sganciata in America. Non possiamo uccidere un’intera civiltà. Questa è follia”, ha rincarato la dose l’ex super fan del presidente Marjorie Taylor Greene facendo riferimento all’emendamento della Costituzione che consente la rimozione del Presidente perché incapace di svolgere il suo ruolo.
“Attaccare ponti e impianti elettrici è un primo passo verso la guerra nucleare”, ha detto Tucker Carlson, l’ex volto di Fox divenuto un agguerrito critico di Trump. “Il Congresso deve porre immediatamente fine a questa sconsiderata guerra”, ha aggiunto il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries. Anche fra i repubblicani i malumori sono sempre più evidenti.
Finora i conservatori hanno lasciato mano libera al tycoon sull’Iran ma un limite si sta avvicinando anche per loro. Vogliono sempre più numerosi che Trump chieda entro aprile l’approvazione al Congresso per procedere. Alla fine del mese scadranno infatti i 60 giorni previsti dalla legge per avere il via libera di Capitol Hill sull’operazione militare. Se non lo farà, hanno già minacciato alcuni, il comandante in capo rischia di perdere l’appoggio del suo stesso partito.
Oltre ai toni, a suscitare perplessità sono anche le continue contraddizioni. Nello stesso messaggio in cui minaccia di annientare l’Iran, Trump evoca la possibilità di un accordo diplomatico e conclude con l’appello “Dio benedica il grande popolo iraniano”. Sullo stesso Stretto di Hormuz, definito in modo volgare in un post, il Presidente aveva recentemente sostenuto che il suo destino non fosse rilevante.
Anche sugli obiettivi della guerra, avviata il 28 febbraio con attacchi congiunti Usa-Israele, la linea appare mutevole: inizialmente Trump aveva evocato un “cambio di regime”, per poi smentirlo e successivamente affermare che il regime iraniano sarebbe già caduto. Il 26 marzo aveva inoltre dichiarato di “non preoccuparsi” dell’esito dei negoziati con Teheran, mentre ora pretende un accordo entro scadenze serrate, minacciando in caso contrario la distruzione delle infrastrutture iraniane.
Secondo fonti citate dalla stampa americana, all’interno dell’amministrazione alcuni funzionari descrivono il Presidente con termini estremi, segno di tensioni anche nei ranghi governativi. La retorica del Presidente resta inoltre particolarmente aggressiva: di recente ha affermato che l’esercito americano ha “preso a calci nel c.” l’Iran.
Le sue uscite non si limitano però al contesto bellico. Durante un pranzo privato, la cui registrazione è stata diffusa per errore dalla Casa Bianca, Trump ha ironizzato sul presidente francese e sulla moglie, facendo riferimento a presunti episodi personali.
Nello stesso evento, davanti a leader religiosi, si è anche paragonato a Gesù Cristo. Il mescolarsi continuo di registri - tra guerra, attacchi personali e temi estranei come progetti edilizi, tra cui la costruzione di una sala da ballo alla Casa Bianca - contribuisce ad alimentare le critiche sulla coerenza del messaggio presidenziale.
Anche in occasioni pubbliche formali, come la tradizionale caccia alle uova di Pasqua alla Casa Bianca, Trump ha adottato toni trionfalistici sulla guerra, sostenendo davanti ai bambini che l’Iran “non è affatto così forte”.
In un contesto politico già segnato negli ultimi mesi dal dibattito sulle condizioni dell’ex presidente democratico Joe Biden, le dichiarazioni di Trump riaccendono il confronto sulla leadership e sulla stabilità ai vertici degli Stati Uniti in una fase di forte tensione internazionale.