SYDNEY - L’Australia e altri Paesi occidentali devono prepararsi rapidamente a una nuova fase del terrorismo, caratterizzata dall’uso sempre più accessibile di droni.
È l’avvertimento contenuto in un rapporto del Lowy Institute, che invita i governi a rivedere le strategie di sicurezza alla luce dei progressi tecnologici.
Secondo gli autori James Paterson e Lydia Khalil, strumenti un tempo riservati agli Stati sono ora alla portata di chiunque disponga di risorse limitate. L’evoluzione della tecnologia dei droni, insieme alla diffusione della stampa 3D e dei sistemi di navigazione assistiti dall’intelligenza artificiale, consente anche a singoli o piccoli gruppi di pianificare attentati.
Il rapporto richiama diversi episodi recenti come segnali di un tendenza emergente. Nel Regno Unito, uno studente è stato arrestato per aver costruito droni “kamikaze” con una stampante 3D per conto dello Stato Islamico. Nel Queensland, sette persone sono state fermate in possesso di armi artigianali e di un ordigno improvvisato montato su un drone. Negli Stati Uniti, due complotti separati hanno coinvolto l’uso di velivoli senza pilota.
“La combinazione tra facilità di accesso e capacità di carico rappresenta una sfida crescente”, si legge nel documento. I sistemi di difesa attuali, pensati per minacce più tradizionali, risultano spesso inadeguati a intercettare questi dispositivi.
Il rischio non è solo teorico. I droni sono già stati utilizzati in contesti bellici, come in Ucraina e in Medio Oriente, dove vengono impiegati per colpire obiettivi militari e infrastrutture sensibili. Il passaggio a scenari civili, secondo gli esperti, è una possibilità concreta.
Tra i potenziali bersagli figurano eventi pubblici, grandi raduni e infrastrutture critiche. Lo studio sottolinea che le autorità dovranno prendere decisioni difficili su quali siti proteggere e con quali strumenti.
Tra le misure proposte c’è l’introduzione obbligatoria del “geofencing”, una tecnologia che limita automaticamente l’accesso dei droni a determinate aree sensibili. Questo permetterebbe alle forze di sicurezza di considerare come potenzialmente ostili i dispositivi non autorizzati.
Viene inoltre richiesta una maggiore collaborazione tra agenzie per individuare le soluzioni più adatte anche in contesti civili, dove l’uso della tecnologia di difesa è più complesso.
Infine, il rapporto suggerisce restrizioni mirate su alcuni componenti, evitando però norme troppo ampie che potrebbero colpire gli utilizzi legittimi.
Il messaggio è diretto: la minaccia è già presente e il tempo per prepararsi è limitato.