ROMA - Alta tensione nella maggioranza dopo il mancato accordo sulla nomina del sottosegretario leghista Federico Freni alla presidenza della Consob.

La Lega rivendica l’esistenza di un’intesa politica, subito smentita da Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia osserva con cautela un confronto che rischia di estendersi ad altri dossier aperti, dal decreto Ucraina al pacchetto sicurezza. 

“C’era un accordo di massima che Forza Italia ha messo in discussione, noi continueremo a portare avanti quel nome”, ha dichiarato il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari.  

Dura la replica del portavoce azzurro Raffaele Nevi: “Non c’era alcun accordo, nemmeno di massima. Recuperiamo uno spirito di leale collaborazione, altrimenti le cose non funzionano”. In Forza Italia viene denunciato anche un problema di metodo, con la lamentata mancata consultazione preventiva sulle scelte. 

La Lega non sembra intenzionata a rinunciare a Freni e, secondo fonti parlamentari, punta a chiudere la partita già la prossima settimana. L’obiettivo sarebbe anche quello di inserire l’eventuale seggio lasciato vacante da Freni alla Camera nella tornata di elezioni suppletive di marzo, che riguarda già altri due deputati leghisti.  

A sostegno della candidatura è intervenuto anche il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, che ha invitato a evitare “veti pregiudiziali”. In Forza Italia, invece, prende quota il nome di Federico Cornelli, attuale commissario Consob, mentre resta sullo sfondo l’ipotesi di una convergenza su un profilo tecnico. 

In Fratelli d’Italia si sottolinea che la partita non è formalmente collegata ad altre nomine, ma non si esclude un tentativo di ricucitura a breve. Il ministro per le Politiche europee Tommaso Foti ha commentato che, se Freni dovesse essere nominato, sarebbe “contento per lui”, ma “un po’ meno per la prossima legge di bilancio”. L’obiettivo, spiegano fonti di maggioranza, resta comunque quello di abbassare i toni. 

Le tensioni, però, si riflettono anche su altri fronti. In commissione cresce il confronto sul decreto Ucraina, atteso in Aula nelle prossime settimane, con l’incognita del voto dei cosiddetti “vannacciani”.  

Durante una riunione congiunta delle commissioni Esteri e Difesa, il centrodestra si è ricompattato sul voto favorevole a un emendamento che elimina il riferimento ai “militari” dal titolo e dalla rubrica di un articolo del decreto, ma l’unico intervento di maggioranza è stato del leghista Paolo Formentini.  

Le opposizioni hanno parlato di “imbarazzo” e, a microfoni spenti, anche esponenti di FdI e FI hanno espresso perplessità, leggendo la modifica come una concessione alla Lega. 

A tenere alta la tensione contribuisce anche il tema della sicurezza. Tra i leghisti si spinge per un doppio binario, decreto e disegno di legge, per mantenere il tema al centro del dibattito, mentre restano le riserve di Forza Italia su alcuni punti del pacchetto allo studio del governo. In Commissione Difesa il capogruppo leghista Eugenio Zoffili insiste sul potenziamento dell’operazione “Strade sicure”, altro terreno di confronto interno. 

Nel frattempo, continuano a circolare indiscrezioni su un duro confronto tra la premier Giorgia Meloni e il leader leghista Matteo Salvini nel Consiglio dei ministri, voci che la Lega ha smentito definendole “tutto falso”.