Di fronte allo schermo da Singapore, dove sta completando un semestre di scambio, Adam Ammoune parla con la passione di chi ha scelto di fare della propria identità culturale una missione. Nato a Esine e cresciuto a Cevo, un piccolo paese della Val Camonica in provincia di Brescia, Adam è oggi uno dei tanti giovani italiani che hanno fatto dell’Australia la propria seconda casa, stabilendosi con la famiglia a Wollongong. Ma a differenza di molti suoi coetanei italo-australiani, lui ha deciso di non lasciar sbiadire le proprie radici.

La storia della famiglia Ammoune è quella di tante famiglie migrate, ma con un dettaglio particolare. “Ogni estate italiana andavamo per l’inverno australiano,” racconta Adam. “Praticamente per giugno, luglio e agosto eravamo in Australia e poi tornavamo in Italia per la vita quotidiana, scuola, lavoro.” La madre, cresciuta in Australia con parenti a Sydney, aveva mantenuto un legame forte con il continente oceanico. Il padre, di origini siriane, aveva costruito la sua vita in Italia.

Nel 2018, quando Adam stava terminando le medie, la famiglia ha deciso di invertire la rotta: l’Australia è diventata la casa principale, e l’Italia la meta delle vacanze natalizie. “Abbiamo fatto tutto un po’ al contrario,” spiega con un sorriso che si intuisce anche attraverso lo schermo. “La nostra vita quotidiana divenne l’Australia e poi tornavamo in Italia ogni anno per il Natale.”

Si pensa spesso che lo shock culturale colpisca solo chi si trasferisce in paesi lontanissimi, culturalmente agli antipodi rispetto al proprio. Ma Adam ha scoperto che anche l’Australia, pur essendo un paese occidentale, nasconde differenze profonde. “All’inizio è stata dura,” ammette. “C’era la cultura che non si capiva, c’era il sistema scolastico che non capivo.”

Per un ragazzo cresciuto in un paesino di montagna, anche Wollongong  rappresentava un universo completamente nuovo. “Dovevo imparare velocemente come prendere il pullman, navigare una città piccola anche, però io ero abituato al paese.”

Le differenze, secondo Adam, emergono nei dettagli: in Italia, date come la Giornata della Memoria o la Festa della Liberazione sono pilastri dell’identità collettiva. In Australia, pur esistendo l’Anzac Day, ha la sensazione che quelle stesse ricorrenze non abbiano lo stesso peso culturale. Anche il sistema scolastico ha richiesto un adattamento: dal metodo nozionistico italiano, basato sulla memorizzazione, a quello australiano che privilegia il pensiero critico e l’applicazione pratica delle conoscenze.

È proprio questa esperienza di sradicamento e reinserimento che ha fatto nascere in Adam una consapevolezza precoce: l’identità culturale è un patrimonio fragile, che rischia di disperdersi nel giro di una sola generazione.

“Vedo che i ragazzi della mia età, italo-australiani, non conoscono molto bene la loro cultura,” osserva con un velo di malinconia. “Magari conosceranno il cibo o qualcosa del genere. Però nella mia esperienza tanti italo-australiani della mia età non sanno parlare molto bene l’italiano.”

Questa constatazione lo ha spinto a un’iniziativa tanto personale quanto significativa: nel 2023 ha iniziato a insegnare italiano, prima come freelance, poi in modo più strutturato. “Volevo rafforzare la mia lingua perché era una mia paura di perderla vivendo all’estero,” confessa. “Si impara tanto quando si insegna.”

Il suo approccio all’insegnamento è pragmatico ma efficace: valutare il livello dello studente, costruire un percorso personalizzato, partire dall’espansione del vocabolario per arrivare alla formulazione di frasi complete. Un metodo che Adam conosce bene, lui che parla italiano, inglese, arabo (grazie al padre siriano) e francese.

Quello che più colpisce Adam è la rapidità con cui l’identità italiana si diluisce nelle nuove generazioni. “Le poche volte che ho parlato italiano in Australia è stato o con immigrati recenti, oppure con le nonne,” racconta. Per lui, la soluzione passa attraverso il contatto diretto tra generazioni: connettere i giovani con i nonni che ancora conoscono l’Italia, anche se è l’Italia di quaranta o cinquant’anni fa.

Il suo è un appello ai genitori italo-australiani: “Se ci sono dei genitori che conoscono l’italiano, di passare la loro lingua e la loro cultura in questo senso, perché si può perdere facilmente.” È un monito che nasce dall’osservazione diretta: “Anche se in numeri la comunità è grande, vorrei vedere un po’ più animo, un po’ più cultura in quel senso. Se guardi la comunità indiana, cioè di seconda o terza generazione, credo che conoscono la loro cultura un po’ di più.”

Oggi Adam sta completando la sua doppia laurea in Relazioni Internazionali e Finanza all’Università di Wollongong, un percorso che gli permette di coltivare sia le sue hard skills nel mondo degli investimenti, sia la sua passione per le culture e le relazioni internazionali. È felice di essersi trasferito in Australia, delle amicizie che ha stretto, delle esperienze che ha vissuto.

Eppure, nel suo sguardo c’è già la nostalgia del futuro: “Non so ancora cosa mi aspetta in futuro. Vorrei tornare in Europa, forse proprio in Italia, per vivere una vita adulta lì, perché non ho vissuto in Italia come adulto.” È il desiderio di chi vuole chiudere un cerchio, di chi sente che una parte importante della propria identità è rimasta dall’altra parte del mondo. Nel frattempo, continua a insegnare italiano a chiunque voglia impararlo. In un’epoca di globalizzazione accelerata, Adam rappresenta una generazione che cerca di non perdere le proprie radici mentre costruisce ali per volare ovunque il vento la porti.