Partono i lavori della Commissione reale d’inchiesta sulla tragedia di Bondi e, soprattutto, sui suoi perché. Il via, martedì scorso, con le rassicurazioni dell’ex giudice Virginia Bell alla comunità ebraica sulle priorità dell’indagine: lotta all’antisemitismo senza cedere ad alcuna pressione esterna da parte dei gruppi filo-palestinesi di allargare l’inchiesta anche sull’islamofobia che, secondo alcuni, pesa sugli squilibri ormai evidenti all’interno del Paese per ciò che riguarda discriminazioni e scarsa coesione sociale quanto l’antisemitismo.
Non è così e Bell l’ha fatto capire, sottolineando da subito che la Commissione, che è stata chiamata a dirigere, avrà come punto di partenza, inequivocabilmente, l’antisemitismo, dato che si è resa necessaria dopo la strage del 14 dicembre motivata dall’odio razziale nei confronti degli ebrei.

Pur riconoscendo, giustamente, che la critica al governo israeliano non costituisce antisemitismo, Bell ha insistito di avere scarso interesse a utilizzare la Commissione per dibattere la definizione operativa di antisemitismo e che gli obiettivi dei lavori rimangono chiari e direttamente collegati alle cause e agli eventi dell’attacco terroristico sulla spiaggia di Bondi; assicurandosi però che l’inchiesta venga condotta senza interferire e pregiudicare i procedimenti legali contro l’attentatore sopravvissuto.

Equilibri quindi sottilissimi da rispettare per esaminare i fattori che alimentano l’antisemitismo in Australia e che si sono sicuramente accentuati dopo il massacro del 7 ottobre del 2023, che ha fatto scattare nel Paese un’ondata di incredibile instabilità e di profonde divisioni sfociate in un numero senza precedenti di proteste di piazza, ma soprattutto di atti di violenza e intimidazione alimentati dall’ideologia, dal pregiudizio e da un condizionamento sociale che non è stato affrontato con la necessaria attenzione e fermezza.

 Le udienze della Commissione dovrebbero offrire agli australiani una migliore comprensione di ciò che è andato storto negli ultimi due anni nel Paese - dopo la reazione di Israele all’attacco terroristico di Hamas -,  partendo dai campus universitari dove le proteste filo-palestinesi si sono troppo spesso trasformate in odio antisemita, ma anche nel mondo della cultura e dell’arte, dove non sono mancate le prese di posizione anti-Israele che non hanno sicuramente aiutato a frenare l’onda antisemita che si è drammaticamente ingrossata fino ad abbattersi drammaticamente sulla spiaggia di Bondi.  

Per Bell sarà una sfida anche cercare di evitare in qualche modo, nella sua analisi, commenti e giudizi sulla guerra di Gaza, che è entrata prepotentemente nella vita australiana con le regolari proteste che hanno bloccato quasi ogni domenica Melbourne e spesso anche Sydney e che, senza dubbio, hanno contribuito a quasi normalizzare un sentimento di antisemitismo. 

La Commissione esaminerà anche l’operato delle agenzie di intelligence e delle forze dell’ordine attraverso una revisione, precedentemente annunciata dall’ex capo dell’ASIO, Dennis Richardson, che sarà integrata nei lavori della Commissione reale che dovrebbe fornire la sua relazione finale entro il 14 dicembre, nel primo anniversario della strage. Richardson consegnerà, invece, il suo rapporto entro la fine di aprile. 

Indagine indispensabile che Anthony Albanese ha accordato con indubbio ritardo e solo cedendo alle pressioni esterne. Inchiesta reale partita proprio nel giorno in cui il capo di governo ha vissuto in prima persona le tensioni che sembrano aver attanagliato il Paese dato che, martedì sera, un allarme bomba ha costretto l’evacuazione dalla residenza del Primo ministro a Canberra. La polizia federale (Afp) ha condotto minuziosi controlli prima di far rientrare, dopo diverse ore,  Albanese, famiglia e personale alla Lodge. 

Il commissario capo dell’Afp, Krissy Barrett, ha dichiarato che da quando è stata creata, lo scorso ottobre, una squadra speciale per la sicurezza nazionale, sono state fermate e incriminate, con vari capi di accusa legati per la maggior parte a minacce rivolte ai politici, 21 persone. Lo scorso 10 febbraio un uomo è stato condannato per aver usato i social media per minacciare e offendere il Primo ministro.

Toni e tensioni decisamente a livelli di guardia, alimentati da dichiarazioni che alcuni politici potrebbero tranquillamente evitare aprendo nuovi fronti di scontro, evidenziando una frattura, dal punto di vista della coesione sociale, senza precedenti in Australia dove delusione, preoccupazione e rabbia si mescolano con privilegi (veri e presunti), diritti, interessi, rivendicazioni e allarmismi.

Tensioni e divisioni che hanno riportato in auge One Nation, ormai considerato un ‘pericolo’ sia a destra che a sinistra dello spettro politico australiano. Un voto virtuale di evidente insoddisfazione e protesta, basato soprattutto sul capitolo ‘immigrazione e valori’ che è diventato motivo di dibattito sia all’interno della Coalizione che nelle fila del governo, con doppie occasioni di incontro nelle ultime 48 ore grazie alla conferenza inaugurale Aspire - modellata sull’Alliance for Responsible Citizenship in Gran Bretagna, resa possibile dall’ex vice primo ministro John Anderson - e all’intervento, al McKell Institute a Sydney, del viceministro per la Cittadinanza e il Multuculturalismo, Julian Hill.

Personalità di spicco dell’area liberale hanno dichiarato il loro sostegno a una profonda revisione del sistema di immigrazione, con l’ex primo ministro Tony Abbott e l’ex ministro del Tesoro Josh Frydenberg tra coloro che hanno pubblicamente chiesto un “cambio di mentalità”, tra gli avvertimenti che la coesione sociale viene erosa dalla mancanza di un’efficace integrazione. 

L’ex rappresentante del seggio di Kooyong non è andato troppo per il sottile dichiarando che, per una questione di emergenza e autodifesa, forse è venuto il momento di “passare ad una politica migratoria che discrimini”. 

Oltre a ribadire quella che ormai sembra essere una linea abbastanza uniforme all’interno della Coalizione (senza arrivare agli estremismi dello “zero netto” auspicato da Pauline Hanson) di livelli di immigrazione troppo elevati, Frydenberg ha affermato che la politica dovrebbe agire “sulla base dell’interesse nazionale” e quindi decidere sul “tipo di persona che vogliamo in questo Paese”. 

“Penso che Angus Taylor l’abbia detto bene quando ha affermato che i numeri sono troppo alti e gli standard troppo bassi”, ha continuato l’ex ministro del Tesoro. “E il modo in cui rispondiamo a questa domanda è con nuovi standard, che potrebbero basarsi sui Paesi di provenienza delle persone”.

 Abbott ha affermato che le attuali impostazioni hanno fallito, aggiungendo: “Abbiamo importato divisioni. È molto difficile per qualcuno che crede … in un califfato o nella sharia o … nel ruolo guida del Partito Comunista, creda anche sinceramente di aderire onestamente al giuramento di cittadinanza australiano”. 

Sul fronte politico opposto enfasi, invece, su una propaganda da tenere a bada e preoccupazioni legittime da non sottovalutare. Il viceministro Hill, nel suo intervento, ha esortato la sua area politica a non demonizzare coloro che partecipano alle manifestazioni come la “marcia per l’Australia”, riconoscendo che “meritano di essere ascoltati anziché ignorati”.

“È ovviamente un mito che la maggior parte dei migranti non si integri - ha detto anche Hill -, nella stragrande maggioranza dei casi lo fanno”. “Ma la trappola per i progressisti è non riconoscere che le preoccupazioni sono reali” ed è sbagliato “non intervenire quando emergono problemi autentici”. Ha poi continuato affermando che non bisogna “avere paura di denunciare pratiche o espressioni culturali inaccettabili, che violano i principi fondamentali del moderno multiculturalismo australiano”.

Mentre One Nation chiede “migrazione netta zero” e Angus Taylor si prepara a presentare le proprie politiche che pongono i “valori australiani” al centro del sistema migratorio nazionale, Hill ha affermato che il dibattito sull’argomento riflette “autentiche ansie della comunità”.

“I dibattiti sulla dimensione e sull’orientamento del programma migratorio sono del tutto legittimi”.