WASHINGTON – Teheran sostiene di avere “la volontà necessaria di porre fine al conflitto”, come assicurato dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian in un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio europeo António Costa, ma chiede “garanzie” soprattutto “per impedire il ripetersi dell’aggressione”. Mentre il ministro degli Esteri Araghchi, pur confermando di avere “ricevuto messaggi direttamente da Witkoff”, nega che ci siano “negoziati” con gli Stati Uniti.

Di negoziati che starebbero “procedendo bene” continua a parlare Donald Trump che però non sembra ancora del tutto intenzionato a chiudere il conflitto. “Non dobbiamo rimanere ancora molto - ha affermato in un’intervista con il New York Post, cercando di rassicurare quella parte di americani che vede nell’iniziativa Usa il rischio di un nuovo pantano - ma abbiamo ancora del lavoro da fare per uccidere la loro offensiva, qualsiasi capacità offensiva gli sia rimasta”.

“La parte difficile è fatta”: ora “fatevi coraggio e andate a procurarvi da soli il petrolio” nello Stretto di Hormuz, “dovete imparare a combattere da soli”. La rabbia di Donald Trump contro gli alleati cresce con il passare dei giorni. Mentre valuta la possibilità di mettere fine alla guerra anche senza la riapertura dell’importante passaggio, il Presidente punta il dito prima contro il Regno Unito “che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran”, e poi contro la Francia, colpevole di non aver “permesso agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il proprio territorio”. 

L’accusa ha colto di sorpresa Parigi. “Non abbiamo cambiato quella che è stata la nostra posizione fin dall’inizio”, hanno riferito fonti dell’Eliseo, dicendosi “stupite” dal messaggio di Trump sul suo social Truth. Il riferimento del comandante in capo - spiegano alcune fonti alla Reuters - è alla decisione presa da Parigi nel fine settimana di non permettere a Israele di utilizzare il suo spazio aereo per trasportare armi americane da impiegare nella guerra contro l’Iran. Per Parigi è il primo ‘no’ dall’inizio del conflitto, e si va ad aggiungere alla chiusura della Spagna e alla posizione esitante del Regno Unito di Keir Starmer.

L’ennesimo attacco frontale di Trump agli alleati accompagna i bombardamenti incessanti contro l’Iran, fra gli ultimi quello contro un deposito di munizioni a Isfahan, una delle aree che potrebbero finire nel mirino di una possibile operazione di terra americana per cercare di recuperare l’uranio sepolto dopo gli attacchi dello scorso giugno.

“I prossimi giorni saranno decisivi”, ha spiegato il capo del Pentagono Pete Hegseth, appena rientrato da una missione in Medio Oriente per incontrare le truppe dell’operazione Epic Fury. “Nelle ultime 24 ore l’Iran ha lanciato il numero più basso di missili e droni”, ha aggiunto. I 32 giorni di bombardamenti hanno indebolito l’arsenale a disposizione ma Teheran continua a rispondere: un suo missile ha colpito una petroliera del Kuwait nel porto di Dubai e dal primo aprile - ha minacciato - nel mirino ci saranno anche le aziende americane nell’area. Sul fronte della diplomazia ancora non è chiaro se Trump invierà il vicepresidente JD Vance e l’inviato Steve Witkoff in Pakistan per un incontro.

“Non posso dirlo, non posso svelare i piani”, ha dichiarato laconicamente il Presidente al New York Post. Intanto Islamabad insieme a Pechino ha presentato un piano di pace in cinque punti che prevede, fra l’altro, un cessate il fuoco immediato, lo stop degli attacchi contro i civili e obiettivi non militari e il rapido ripristino del “passaggio sicuro per le navi civili e commerciali” nello Stretto di Hormuz. Al passaggio cruciale per il petrolio mondiale guarda l’Europa, i Paesi del Golfo e Trump. 

Il comandante in capo ha confidato ai suoi consiglieri di essere pronto a mettere fine all’operazione contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso. Il Presidente - riporta il Wall Street Journal - sarebbe infatti arrivato alla conclusione che la missione per sbloccare Hormuz spingerebbe la tempistica della guerra oltre le 4-6 settimane stabilite. Un limite che Trump non sembra essere intenzionato a superare nell’anno elettorale e mentre gli americani si trovano a fare i conti con un prezzo della benzina ai massimi dal 2022.