BUENOS AIRES – Mentre la Camera dei Deputati sta per aprire la votazione della riforma del lavoro voluta dal presidente Javier Milei, qualche isolato cacerolazo rompe il silenzio di una notte altrimenti tranquilla a Buenos Aires.

Si è appena concluso il ponte di Carnevale. E l’inizio della quaresima sembra un presagio di ciò che attende gli argentini nel 2026.

L’inflazione da otto mesi di nuovo in ripresa, con una raffica di aumenti per le bollette di gas, luce e acqua. I consumi in stallo e le imprese che chiudono. Non solo quelle di piccole dimensioni, a conduzione familiare, più sensibili agli scossoni del mercato, ma anche gli storici gruppi industriali del Paese come FATE, azienda leader nel settore degli pneumatici, che proprio in questi giorni ha annunciato la chiusura del suo storico stabilimento di San Fernando (Buenos Aires), lasciando a casa 920 lavoratori.

Sugli esiti della votazione non ci sono margini di dubbio: la riforma sarà approvata. Semmai la partita si gioca sugli emendamenti. In caso di cambiamenti, il testo tornerà al Senato per una seconda approvazione. Nel mirino dei deputati “ribelli”, gli articoli che prevedono una trattenuta sullo stipendio in caso di malattia, considerati dall’opposizione esempi di crudeltà gratuita.

È scattato a mezzanotte lo sciopero generale nazionale di 24 ore indetto dalla Cgt (Conferedación general del trabajo), a cui hanno aderito anche altre sigle sindacali.

L’iniziativa è stata presentata stamattina da Jorge Sola, leader del triumvirato che dal 2025 guida il sindacato, che esordisce snocciolando i dati della crisi economica che due anni di presidenza di Milei non hanno saputo evitare. “In un anno si sono persi 300mila posti di lavoro – dice – e 21mila piccole e medie imprese hanno chiuso i battenti”. Le famiglie sono sempre più indebitate, la capacità industriale installata arriva appena al 50 per cento a fronte di un’apertura indiscriminata alle importazioni.

“Peccato che Milei imiti Trump in tutto, eccetto che nella protezione delle imprese nazionali”, scherza con amarezza.

“Occhio – interviene Héctor Daez, fino all’anno scorso segretario generale della Cgt – non siamo contrari al commercio e all’import di macchinari e materiali che permettano alle industrie di produrre. Chiediamo solo una vera politica commerciale, una regolamentazione all’invasione di beni finali a prezzi di dumping”.

Secondo Sola, gli unici settori a beneficiare delle politiche di Milei sono l’agropecuario, minerario ed estrattivo, che tuttavia non sono in grado di riassorbire (se non per un 10% scarno) i nuovi disoccupati.

“Siamo consapevoli della necessità di modernizzare il mercato del lavoro – afferma Sola – tanto che abbiamo inutilmente presentato le nostre proposte, basate sull’incremento di robotica, IA, nuove tecnologie… Nemmeno il telelavoro, scoperto durante la pandemia, è stato preso in considerazione”.

Al contrario, secondo il sindacato, la riforma di Milei comprime diritti individuali, mortifica quelli collettivi e trasferisce risorse dai lavoratori alla classe padrone.

Accanto a Sola ci sono gli altri due membri del triumvirato: Cristian Gerónimo e Octavio Argüello. “La riforma di Milei è un progetto regressivo, che mette in discussione diritti acquisiti”, afferma Gerónimo. “E non modernizza il mercato del lavoro – aggiunge Argüello –. Non si creano posti di lavoro eliminando diritti”.

Nella giornata dello sciopero, la Cgt non organizzerà cortei o concentrazioni (anche se ha lasciato libere altre le altre sigle di scendere in piazza). “Vogliamo che per un giorno le strade di Buenos Aires siano deserte, per dare un segnale importante. Una città immobile, bloccata, metafora dell’economia argentina.