ROMA - La Procura di Roma ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone ritenute coinvolte nell’attentato del 1982 davanti alla Sinagoga di Roma.
La mattina del 9 ottobre di quell’anno, il commando armato aprì il fuoco e lanciò granate contro i fedeli all’uscita dalla Sinagoga di Roma, al termine della funzione religiosa. Nell’attacco morì il piccolo Stefano Gaj Taché, di due anni, e decine di persone rimasero ferite.
Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero avuto ruoli diversi nella pianificazione e realizzazione dell’attacco, con finalità terroristiche. Si tratta di Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68 anni, detenuto in Francia e già a processo per la strage di Rue des Rosiers a Parigi, assieme ad Abed Adra Mahmoud Khader, 71 anni, Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74 anni, Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65 anni, e Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66 anni, tutti e quattro residenti in Giordania.
La Procura ipotizza inoltre che l’attentato sia stato compiuto in concorso con altri due soggetti oggi deceduti.
Le indagini hanno consentito di ricondurre l’attacco alla strategia dell’organizzazione terroristica di Abu Nidal e di individuare collegamenti con altri attentati avvenuti nello stesso periodo, in particolare quello del 1982 a Parigi. Secondo quanto emerge, i cinque avrebbero contribuito all’azione con compiti che vanno dalla decisione e supervisione fino agli aspetti organizzativi, logistici e operativi.
L’attentato alla Sinagoga di Roma resta uno degli episodi più gravi del terrorismo internazionale in Italia, colpendo la comunità ebraica durante una celebrazione religiosa e segnando profondamente la memoria del Paese.