SYDNEY - Non dormono più per paura di nuovi attacchi. In diversi centri del Nuovo Galles del Sud (Nsw), i membri della comunità musulmana hanno iniziato a passare le notti all’interno delle moschee per prevenire atti vandalici. È la risposta disperata a un’ondata di odio che ha travolto l’Australia dopo il tragico attacco terroristico antisemita di Bondi, avvenuto lo scorso 14 dicembre.
L’Australian National Imams Council (Anic) ha lanciato l’allarme: gli episodi di odio antimusulmano sono aumentati di quasi il 200% in poco più di due settimane. Sono circa 18 le segnalazioni al giorno (rispetto a una media di 1 o 2 di prima dell’attentato), secondo quanto rivelato dall’Islamophobia Register Australia.
Gli atti vandalici hanno raggiunto picchi inquietanti: dal lancio di teste di maiale contro un cimitero islamico alla comparsa di graffiti nazisti e insulti sulle facciate di istituti scolastici e centri di aggregazione.
L’attentato al festival Chanukah by the Sea, che ha provocato 15 morti e decine di feriti, è stato attribuito a Naveed Akram, un uomo che secondo la polizia sarebbe stato ispirato dall’Isis. Nonostante la ferma condanna da parte di tutte le organizzazioni islamiche australiane, la comunità sta subendo quella che definisce una “punizione collettiva”.
“Molti membri della nostra comunità sono terrorizzati – racconta un responsabile della moschea di Minto, a Sydney –. C’è il timore costante che possa accadere qualcosa di simile alla strage di Christchurch del 2019”.
Il paradosso di questa ondata di odio risiede nel fatto che viene ignorato l’eroismo di Ahmed Al Ahmed, un immigrato siriano musulmano di 43 anni, che durante l’attacco di Bondi si è lanciato disarmato contro uno dei killer per fermarlo.
Nonostante ciò, le moschee di Melbourne hanno ricevuto mail minatorie che definiscono l’Islam “un culto della morte”, intimando ai fedeli di “andarsene dalla società giudaico-cristiana”.
Il premier del Nsw, Chris Minns, ha definito “orribile” l’aumento degli attacchi: “Non è giustizia sommaria, è razzismo odioso e non sarà tollerato”, ha dichiarato. Le forze dell’ordine sono state istruite a monitorare con estrema vigilanza ogni forma di discorso d’odio sia online che offline.
La testimonianza di Selima Ymer, voce della comunità albanese-australiana di Carlton, restituisce il volto più vulnerabile di questa crisi: quello delle donne. Per chi indossa l’hijab, ogni uscita pubblica è diventata una scommessa con la propria sicurezza, trasformandole nei bersagli più visibili e immediati di un odio cieco. La richiesta al governo è chiara: non basta la polizia, serve istruzione.
Secondo la comunità, è fondamentale che il governo non si limiti a misure di sicurezza, ma investa in percorsi scolastici strutturati, sulla scia di quanto già fatto con la Antisemitism Education Taskforce per contrastare l’antisemitismo. La strada è già tracciata: si tratta di dare concretezza ai 54 punti strategici proposti da Aftab Malik, Inviato Speciale per la lotta all’Islamofobia, trasformando quelle raccomandazioni in uno scudo culturale capace di proteggere la dignità e la sicurezza di ogni cittadino australiano.