ROMA - La Procura capitolina ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari al capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, nell’ambito dell’inchiesta legata al cosiddetto caso Almasri. La notizia è stata resa pubblica dalla stessa funzionaria con una nota ufficiale: “Appena notificato per il tramite del mio legale l’avviso di conclusioni delle indagini preliminari da parte della Procura romana. Assolutamente serena, e senza condizionamenti, continuerò a lavorare con senso di responsabilità”, ha dichiarato Bartolozzi, sottolineando la propria determinazione a proseguire le attività istituzionali nonostante l’indagine in corso. 
La vicenda ha preso le mosse diversi mesi fa, quando Bartolozzi era stata iscritta nel registro degli indagati per il reato previsto dall’articolo 371-bis del Codice penale, ossia “false informazioni al pubblico ministero”. Il procedimento riguarda specificamente il modo in cui alcune informazioni sono state comunicate e documentate nel corso delle indagini sul caso Almasri, un episodio che ha coinvolto vertici istituzionali e forze dell’ordine italiane e internazionali. 

Sul fronte politico, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha espresso piena solidarietà e fiducia nei confronti della sua collaboratrice. “Avuta notizia dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti della dottoressa Bartolozzi, esprimo ancora una volta la mia massima e incondizionata fiducia sull’operato della medesima e la mia umana vicinanza rispetto a un’iniziativa sulla cui tempistica rimango perplesso”, ha dichiarato Nordio. Il Guardasigilli ha poi aggiunto che Bartolozzi continuerà, “con ancora maggiore motivazione, ad affiancare la mia opera di riforma”, sottolineando l’importanza del suo ruolo nell’ambito del ministero e della riforma della giustizia italiana. 

Il caso Almasri ha visto coinvolti anche altri esponenti di governo. Il 9 ottobre scorso, la Camera dei Deputati aveva negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Nordio, del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. La richiesta era stata avanzata dal Tribunale dei ministri in relazione a presunti reati connessi alla gestione di Almasri. La decisione della Camera, fortemente sostenuta dal centrodestra, aveva di fatto blindato i vertici di governo, respingendo le richieste della Giunta per le autorizzazioni. 

Secondo gli atti del Tribunale dei ministri, le accuse nei confronti di Nordio riguardavano omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento. Il reato di favoreggiamento era stato contestato anche a Piantedosi e Mantovano, in concorso con il ministro della Giustizia. Inoltre, il ministro dell’Interno e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio erano accusati di peculato in concorso, rendendo la vicenda particolarmente delicata sul piano politico e istituzionale. 

Il fulcro dell’inchiesta rimane la vicenda di Njeem Osama Elmasry Habish, noto come Almasri, capo della Polizia giudiziaria libica. Arrestato il 19 gennaio di un anno fa a Torino su mandato della Corte penale internazionale, Almasri era accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella prigione di Mitiga a partire dal 15 febbraio 2015. Tuttavia, a causa di presunte irregolarità procedurali, la Corte d’appello di Roma aveva disposto il suo rilascio dopo appena due giorni. Successivamente, Almasri era stato immediatamente rimpatriato a Tripoli a bordo di un aereo noleggiato dallo Stato italiano, in un’operazione che aveva suscitato attenzione e critiche a livello internazionale. 

La vicenda si è ulteriormente complicata lo scorso 6 novembre, quando la Procura generale libica ha ordinato un nuovo arresto di Almasri. L’ex ufficiale è stato rinviato a giudizio in Libia con l’accusa di aver torturato migranti e provocato la morte di uno di loro.