LECCO - Baby Gang resta in carcere. Il gip di Lecco Gianluca Piantadosi ha respinto la richiesta della difesa di concedere al trapper, all’anagrafe Zaccaria Mouhib, i domiciliari in una comunità terapeutica con braccialetto elettronico.
Il venticinquenne, artista con diversi precedenti giudiziari, è stato arrestato il 17 marzo nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Lecco per detenzione di armi e altri reati, tra cui maltrattamenti nei confronti della fidanzata.
Nell’ordinanza il giudice usa parole molto dure. Secondo il gip, Mouhib sarebbe “inserito in una rete criminale più vasta e di livello internazionale”, capace in passato di farlo arrivare “in Iraq” per “sparare con bazooka e altre armi da guerra”.
Il giudice parla inoltre di una “pericolosità” che connoterebbe la sua figura artistica e personale e che il trapper mostrerebbe anche sui social.
Per il gip, Baby Gang sarebbe in grado di influenzare una “cerchia ampia di persone” disposte a supportarlo e proteggerlo, fino al punto, si legge nel provvedimento, di “combattere fino alla morte” per lui. Da qui la valutazione di esigenze cautelari ritenute di “eccezionale rilevanza”.
Nell’ordinanza vengono richiamati i precedenti penali, il regime di sorveglianza particolare disposto in carcere e quella che il giudice definisce una costante “incapacità a rispettare le prescrizioni”. Secondo il gip, Mouhib potrebbe condizionare anche componenti del suo gruppo, gli “Npt”, con il rischio di inquinare le prove, nascondere armi o spingere altri ad assumersi responsabilità penali per proteggerlo.
Dagli atti dell’inchiesta, già chiusa in vista della richiesta di processo, era emerso da intercettazioni del luglio 2025 che il trapper, pur sottoposto a sorveglianza speciale, sarebbe riuscito ad arrivare di nascosto in Iraq, dove avrebbe realizzato un video “coi bazooka, coi mitra, coi kalashnikov”.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Niccolò Vecchioni, contesta l’impostazione del gip e ha già presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano. Secondo il legale, nel provvedimento “non viene individuato alcun componente” della presunta rete criminale.
Per la difesa, Mouhib si era recato nel Paese “per realizzare un videoclip musicale”, nell’ambito del suo percorso artistico. Sarebbe stata la stessa casa di produzione, sostiene il ricorso, a prendere accordi affinché il giovane fosse ospitato e assistito da appartenenti all’esercito locale durante le riprese.
Il legale sottolinea anche le condizioni personali del trapper, richiamando una “doppia diagnosi” di disturbo psichiatrico e abuso di stupefacenti. Secondo la difesa, la documentazione sanitaria più recente mostra la disponibilità di Mouhib a intraprendere una revisione critica dei propri comportamenti e ad accettare il proprio passato di devianza.
Per questo, sostiene il difensore, il gip avrebbe dovuto consentire al venticinquenne di proseguire un percorso terapeutico individualizzato fuori dal carcere. Nel ricorso si afferma inoltre che dagli atti non emerge l’esistenza di alcuna “rete criminale internazionale” alla quale Mouhib sarebbe appartenuto o della quale avrebbe beneficiato.