L’AVANA – Bastone e carota. Minacce e rassicurazioni quasi amichevoli. La politica estera fortemente personalizzata seguita jn questi mesi da Donald Trump havdato i suoi frutti con il Venezuela e sembra funzionare anche in Iran. Ora il presidente alza la pressione su Cuba combinando sanzioni economiche, isolamento energetico e aperture tattiche al negoziato.

Dopo la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela all’inizio di gennaio, dopo aver minacciato Messico e Colombia, Washington ha spostato la mira sull’Avana, considerato l’anello deboli di un sistema che si reggeva sull’asse petrolifero e finanziario venezuelano.

È stato lo stesso Donald Trump a confermare che gli Stati Uniti stanno “cominciando a parlare” con i leader cubani, mentre parallelamente il suo governo intensifica la pressione sull’isola.

“Cuba non ha soldi, non ha petrolio. Viveva del denaro e del petrolio del Venezuela, e ora non arriva più nulla”, ha dichiarato il presidente ai giornalisti durante un volo verso la Florida, lasciando intendere che il blocco delle forniture energetiche possa costringere l’Avana a sedersi al tavolo delle trattative.

Negli ultimi mesi Washington ha infatti lavorato per interrompere i flussi di greggio diretti a Cuba. Dopo lo stop alle forniture venezuelane seguito alla caduta di Maduro, l’amministrazione americana ha esercitato forti pressioni anche sul Messico, oggi uno dei principali fornitori di petrolio dell’isola. La presidente Claudia Sheinbaum ha confermato la sospensione degli invii, pur avvertendo che la decisione rischia di provocare una crisi umanitaria e annunciando la ricerca di soluzioni alternative per continuare ad aiutare Cuba.

Il passaggio più significativo è arrivato con la firma, da parte di Trump, di un ordine esecutivo che consente agli Stati Uniti di imporre dazi ai Paesi che vendano o forniscano petrolio a Cuba. La misura è giustificata dalla Casa Bianca con la dichiarazione di una “emergenza nazionale”, legata a quella che viene definita una “minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti.

Come possa l’isola caraibica minacciare seriamente la sicurezza degli Usa non è dato capire, ma tra le accuse rivolte all’Avana figurano la cooperazione con la Russia, la presenza di attività di intelligence sul territorio cubano e i rapporti con Paesi e gruppi considerati ostili da Washington. Accuse respinte dal governo cubano, che le ha definite “una lunga lista di menzogne”.

Secondo Trump, il governo cubano sarebbe ormai vicino al collasso e il blocco del petrolio potrebbe accelerare un cambio di regime. Il presidente non ha però chiarito quali sarebbero i contenuti di un eventuale accordo con l’Avana né il livello dei contatti già avviati.

L’ipotesi avanzata dalla Casa Bianca è che la pressione economica spinga Cuba a cercare un’intesa per evitare una crisi umanitaria. “Non deve esserci una crisi umanitaria. Probabilmente verranno da noi e vorranno fare un accordo”, ha detto Trump, sostenendo che in quel caso Cuba potrebbe essere “libera di nuovo”.

Dal punto di vista cubano, la risposta è stata di totale chiusura sul piano politico e simbolico. Il governo ha dichiarato che affronterà la pressione statunitense “con fermezza” e ha ribadito la linea storica della Rivoluzione: “Patria o morte”. Peraltro la stessa linea portata avanti dal 1953, anno della rivoluzione che portò, nel 1959, alla fuga del dittatore militare Fulgencio Batista. Una linea che decenni di embargo (il bloqueo, come lo chiamano a Cuba) non hanno saputo spezzare.

In un discorso ai quadri del Partito comunista, il presidente Miguel Díaz-Canel ha accusato Washington di utilizzare contro Cuba la stessa strategia già applicata al Venezuela: una combinazione di pressione economica, isolamento politico, propaganda e minaccia militare. Secondo Díaz-Canel, la cattura di Maduro sarebbe stata preceduta da una campagna sistematica e da un dispiegamento militare su larga scala, uno schema che ora si starebbe ripetendo contro l’isola caraibica.

Pur non escludendo in linea di principio un negoziato con gli Stati Uniti, Díaz-Canel ha chiarito che eventuali colloqui dovrebbero avvenire “tra pari” e nel rispetto reciproco, sottolineando che al momento non vi sarebbe stato alcun contatto diretto. “Arrendersi non è un’opzione”, ha affermato, richiamando alla resistenza in una fase definita “difficile”, ma da affrontare con “coraggio e determinazione”.

Sul piano interno, la nuova offensiva statunitense si innesta su una crisi già profonda. Cuba è da oltre sei anni in una situazione di grave deterioramento economico, con inflazione elevata, scarsità di beni di prima necessità, migrazione massiccia e un sistema energetico al collasso.

L’isola produce circa 40.000 barili di petrolio al giorno, a fronte di un fabbisogno stimato intorno ai 110.000. Il resto deve essere importato. La carenza di combustibili, aggravata dalla mancanza di valuta estera, ha causato negli ultimi mesi blackout elettrici prolungati, in alcune regioni superiori alle 20 ore al giorno. Anche L’Avana risulta particolarmente colpita. 

Intanto è crollato anche il turismo, prima fonte di approvvigionamento di dollari, insieme con le rimesse degli immigrati. Nel 2025 le presenze straniere sono crollate del 18%: se si eslude il periodo del Covid, è il dato peggiore degli ultimi 25 anni.

Secondo analisti ed esperti che seguono da vicino la situazione cubana, senza nuove forniture di petrolio o combustibili l’isola potrebbe affrontare una crisi ancora più grave nel giro di sei-otto settimane, con effetti diretti su trasporti, sanità, produzione alimentare e servizi essenziali. È questo il contesto in cui la strategia di Washington rischia di produrre conseguenze umanitarie rilevanti, preoccupazione condivisa anche da alcuni governi alleati degli Stati Uniti.

La linea di Trump appare dunque fondata su un doppio binario: da un lato l’uso esplicito della leva energetica e commerciale per strangolare l’economia cubana, dall’altro l’apertura a un negoziato presentato come via d’uscita dalla crisi. Una strategia che richiama da vicino quella applicata al Venezuela e che conferma come, per l’attuale amministrazione americana, la questione cubana sia tornata a essere un dossier centrale nella ridefinizione degli equilibri geopolitici dell’America Latina.