In questa giornata dell’Australia Day, festa nazionale, celebrata e anche discussa, Ben Farinazzo si prepara a rappresentare Blacktown come Australia Day Ambassador. La sua è la storia di un uomo che ha attraversato l’inferno e ne è uscito trasformato, convertendo il trauma personale in una missione di speranza per migliaia di veterani e famiglie australiane.

Nato a Brisbane da padre italiano e madre aborigena Kamilaroi, Ben incarna le diverse anime dell’Australia. “Come molti australiani, provengo da un background culturale misto - spiega -. Siamo un ‘melting pot’ e dobbiamo rispettare tutti coloro che sono venuti qui e i loro percorsi.”  Da una parte, si identifica fortemente con la sua eredità indigena, rispettando la connessione con la terra. Dall’altra, porta con orgoglio l’eredità dei nonni, arrivati da Mantova dopo la Seconda Guerra Mondiale. “Hanno lavorato fino allo sfinimento per costruire una nuova vita in questo paese” dice emozionato mentre ricorda i nonni.

Cresciuto in una comunità dove italiani, greci, vietnamiti, cinesi e aborigeni vivevano fianco a fianco, Ben ha imparato presto il valore della diversità. “Il multiculturalismo non è una sfida all’identità australiana - afferma con convinzione -. È una delle nostre più grandi espressioni. Se le persone mostrano rispetto e valori australiani come ‘mateship’ e ‘fairness’, questo unisce rispettando il ‘background’ di ciascuno”.

Il servizio militare di Ben, compreso il dispiegamento a Timor Est nel 1999, lo ha segnato profondamente. “Vivendo in Australia, mi rendo conto di essere in un paese molto privilegiato - riflette -. Ma quando arrivi dove ogni casa è bruciata, le persone torturate e affamate, capisci che il resto del mondo non è come questa bellissima nazione”.

I ricordi lo commuovono ancora oggi: “Quando qualcuno che non conosci ti corre incontro, ti abbraccia piangendo e dice ‘grazie per averci salvato’. Vedere i nostri soldati fare di tutto per aiutare a ricostruire famiglie, case, il paese, è qualcosa che non potrò mai dimenticare”. Ma quel trauma ebbe un impatto che Ben non realizzò subito. “Al ritorno in Australia mi ritrovai una persona diversa da quella che ero prima di partire”.

E nel 2015 la crisi esplose. Ben finì in ospedale per un anno intero, combattendo contro il PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), una condizione che può svilupparsi dopo eventi traumatici come guerre o incidenti gravi, causando flashback, incubi e grave stato di ansia. Come se non bastasse, proprio il giorno dell’Australia Day cadde dalla mountain bike rompendosi collo e schiena in cinque punti, sfiorando la morte. “Pensavo solo a riabbracciare la mia famiglia, rivedere il cielo blu australiano, toccare l’erba verde”. Circondato da medici, infermieri e una comunità solidale, Ben ha trovato la forza di ricominciare: “Mi ha reso dannatamente orgoglioso di essere australiano, grato di vivere dove le persone aiutano chi è nel bisogno”. Il percorso di riabilitazione è durato tre anni e nel 2018 Ben è stato selezionato per rappresentare l’Australia agli Invictus Games di Sydney, dove ha vinto due medaglie d’oro. Ma i giochi stessi hanno avuto un significato molto più grande delle medaglie: “Ho incontrato persone con una storia simile alla mia e che attraverso persistenza, l’amore dei propri cari e cure mediche si erano rialzate”.

Gli Invictus Games hanno reso possible ai veterani di condividere la loro esperienza con il pubblico, ma Ben aveva ben chiaro in mente che questi problemi esistono ovunque. “Ci sono persone che lottano in tutto il paese con problemi di salute mentale e disabilità. Sostengo i veterani, ma serve accendere una luce anche su altri australiani in difficoltà.”

Oggi quasi il 50% degli australiani sperimenta un problema di salute mentale nella vita. “Se non sono io, sei tu”, dice Ben con pragmatismo. Venticinque anni fa non si parlava di salute mentale in Australia. Oggi Lifeline e Beyond Blue offrono supporto, ma il cambiamento inizia con la consapevolezza. “Basta essere consapevoli che chi ti sta accanto potrebbe attraversare un momento critico - spiega Ben -. Potrebbe sembrare a posto e invece lottare in silenzio. Credo che basti mostrare gentilezza e cura”.  Il suo consiglio è quello di essere disposti ad ascoltare le problematiche altrui, cercare di essere presenti. “In australia, lo chiamiamo ‘mateship’. Se qualcuno dice ‘non sto bene’, non rispondere ‘ti passerà’. Chiedi invece ‘cosa posso fare?’, fai quel passo di cura e gentilezza”.

Come uomo che incarna entrambe le eredità, Ben ha una prospettiva unica. “Quando ero bambino, essere aborigeno significava essere guardato dall’alto in basso - ricorda -. Quella storia sta cambiando e lo facciamo imparando e onorando il nostro passato”.

La chiave sta nel riconoscere esperienze parallele. “Gli italiani sanno esattamente come ci si sente -  afferma con enfasi -. Anche loro hanno sofferto pregiudizi. Ci è voluto tempo e duro lavoro per essere accettati”. Questa empatia condivisa è il punto di partenza. “L’Australia ha accolto e valorizzato la comunità italiana negli ultimi 50 anni. Gli italiani ora possono usare questa esperienza, questo percorso di integrazione, per aiutare la comunità aborigena a ottenere lo stesso riconoscimento e rispetto.”

La sfida più grande? L’ignoranza. “È l’ignoranza che impedisce rispetto e gentilezza - sottolinea -. Per superarla serve tenere mente e cuore aperti: conoscere altre culture, la nostra storia indigena e le nostre lotte. Dobbiamo andare oltre i pregiudizi per accogliere tutti in Australia”.

C’è profonda ironia nel fatto che Ben sia diventato Australia Day Ambassador. L’Australia Day 2015 segnò uno dei momenti più bui della sua vita. Eppure oggi è lì, forse proprio grazie a quel trauma.  “Quando mi hanno nominato ‘Ambassador’, ho pensato fosse un’occasione meravigliosa per dire grazie alla gente. Semplicemente grazie. Non sarei qui senza di voi.”

Il suo approccio si articola su tre pilastri: riflettere, rispettare, celebrare. “Rifletto sulla storia antica, la comunità indigena. Rifletto sulla storia multiculturale, su ciò che mi ha formato e ha reso il paese quello che è.” Il rispetto va a veterani, polizia, paramedici, infermieri, volontari “chi ogni giorno lavora per rendere questo paese migliore”. La celebrazione: “Ognuno ha la propria storia e la storia dell’Australia è in corso. Unendo le nostre storie costruiamo un paese e un futuro migliori”.

Dettaglio significativo: madre e sorella di Ben marciano contro l’Australia Day, eppure sono orgogliose di lui: “Tutti hanno diritto alla propria opinione. È proprio questo che ci rende australiani”.

Alla domanda se abbia un messaggio per la comunità italo-australiana, Ben riflette e sorride: “Mia nonna sarebbe orgogliosa se sapesse che sto facendo questa intervista”. Frase semplice ma carica di significato. C’è il peso del sacrificio di una generazione che ha lavorato fino allo sfinimento, il riconoscimento di quanta strada la comunità abbia fatto, la speranza che queste storie ispirino le generazioni future.

Ben Farinazzo oggi è presente a tre eventi a Blacktown: Featherdale Sydney Wildlife Park alle 7, Bowman Hall al 35 Campbell Street alle 10 per la cerimonia ufficiale, e al Civic Centre a mezzogiorno.  Come dice con autoironia  “se faccio bei discorsi, magari mi lasciano andare a Rouse Hill a mangiare e vedere i fuochi d’artificio. Meglio che mi impegni!”.

Siamo certi che lo farà. Perché Ben Farinazzo non è solo un Australia Day Ambassador, è testimonianza vivente di cosa significhi essere veramente australiani: resilienza, ‘mateship’, diversità e speranza.  Il tutto condito con una sana dose di autoironia di chi è consapevole della strada che ha fatto ma non ha la presunzione di credersi arrivato, motivato dalla voglia di dare sempre il massimo per la sua comunità.