BRUXELLES - La chiusura dello Stretto di Hormuz non è più solo una crisi energetica, ma si sta trasformando in un’emergenza alimentare globale. Il blocco della rotta marittima sta mettendo in ginocchio l’agricoltura dell’Asia orientale e, con crescente intensità, quella europea.  

Attraverso questo passaggio transitano infatti le materie prime fondamentali per la produzione agricola: secondo il Commodities Research Unit (Cru), sono a rischio il 43% del commercio mondiale di urea e il 45% delle esportazioni globali di zolfo, componente chiave per i concimi fosfatici. 

Il tema è stato al centro del Consiglio dei ministri dell’Agricoltura dell’Ue. Il ministro italiano Francesco Lollobrigida, sostenuto da Francia e Spagna, ha lanciato un monito severo sulla tempestività degli interventi: “Non c’è più tempo. Siamo in un contesto internazionale drammatico e l’Europa non può permettersi lentezze burocratiche di fronte a costi di produzione che schizzano alle stelle”. 

Roma ha chiesto ufficialmente la sospensione retroattiva del Cbam (il dazio climatico sulle importazioni extra-Ue), per alleggerire la pressione fiscale sugli agricoltori che già devono affrontare rincari record. A marzo 2026, il costo dell’urea ha raggiunto i 765 euro a tonnellata, segnando un +55% rispetto all’anno precedente. 

L’Unione Europea dipende fortemente dalle importazioni di urea e ammoniaca provenienti da Qatar, Arabia Saudita e Oman, tutti Paesi che utilizzano lo Stretto di Hormuz.  

Con l’aggiunta delle sanzioni a Russia e Bielorussia, gli agricoltori si trovano in una morsa caratterizzata da aumenti dei fertilizzanti del 50% in un solo mese di conflitto e costi dei carburanti per il trasporto marittimo ai massimi storici. Questa situazione sta spingendo molte aziende a rinviare la concimazione, una scelta che, secondo Confagricoltura, causerà perdite di raccolto già dal prossimo anno. 

L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha recentemente evocato il “rischio carestia” in alcune aree, sottolineando come la stabilità alimentare europea sia ora legata a doppio filo alla sicurezza delle rotte nel Golfo Persico. 

Per fronteggiare l’emergenza, l’Italia ha avanzato una proposta strategica: l’uso del digestato in sostituzione dei fertilizzanti chimici. Questo sottoprodotto della produzione di biogas, derivante dalla decomposizione di biomasse e scarti agricoli, rappresenta un biofertilizzante di alta qualità capace di restituire nutrienti essenziali al suolo a costi contenuti. 

La proposta ha raccolto il favore di numerosi Stati membri, ma la palla passa ora alla Commissione Europea. Per rendere operativa questa soluzione, Bruxelles dovrà modificare la Direttiva Nitrati, distinguendo ufficialmente il digestato dai semplici reflui zootecnici per permetterne un utilizzo più ampio e sistematico su scala continentale.