CANBERRA - A due settimane dal massacro che ha sconvolto l’Australia, il governo laburista di Anthony Albanese ha ufficialmente respinto la richiesta delle famiglie delle vittime per l’istituzione di una Commissione Reale federale (Royal Commission).  

L’attentato terroristico di Bondi Beach, avvenuto il 14 dicembre 2025 durante una festa per la festività di Hanukkah, è costato la vita a 15 persone, ma la risposta politica sta ora aprendo una profonda ferita diplomatica tra la comunità ebraica e il governo australiano. 

Il primo ministro Albanese ha giustificato il rifiuto sostenendo che una Commissione Reale sarebbe uno strumento troppo lento e, paradossalmente, rischioso. Secondo Albanese, un’inchiesta pubblica rischierebbe di diventare una “piattaforma per le peggiori voci dell’antisemitismo”, offrendo visibilità a ideologie estremiste invece di fornire risposte rapide. 

Al posto della Commissione, il governo ha ordinato la “Richardson Review”, un’indagine tecnica e riservata guidata dall’ex capo dell’intelligence Dennis Richardson, il cui obiettiivo è quello di valutare l’operato di Asio (intelligence) e di Afp (polizia federale). 

Il rapporto dovrà essere consegnato entro aprile 2026, il fulcro sarà capire come i due attentatori - padre e figlio - siano sfuggiti ai radar della sicurezza, nonostante i segnali di radicalizzazione. 

La decisione ha scatenato l’ira dei familiari delle vittime, che lunedì hanno inviato una lettera aperta definendo la risposta federale “inadeguata”. Alex Ryvchin, co-amministratore del Consiglio esecutivo degli ebrei australiani, è stato durissimo: “È il minimo che si potesse fare. Il governo si trascina, non ascolta gli esperti e propone mezze misure inefficaci”. 

Dall’opposizione, la leader Sussan Ley ha accusato il premier di mancare di rispetto al dolore della nazione “gli australiani non hanno bisogno di essere protetti dalla verità. Dire a famiglie in lutto che è meglio non sapere è una mancanza di leadership e di rispetto”. 

Il dibattito su come indagare la strage di Bondi ha delineato due visioni opposte del concetto di giustizia. Da una parte c’è la Richardson Review, la strada scelta dal governo Albanese: un’indagine puramente tecnica, concepita per agire con rapidità e operare prevalentemente a porte chiuse. L’obiettivo è fornire risposte urgenti entro l’aprile del 2026, blindando i segreti della sicurezza nazionale ma esponendosi inevitabilmente alle critiche di chi vi vede una mancanza di trasparenza. 

Dall’altra parte, la Royal Commission, richiesta a gran voce dalle famiglie delle vittime e della comunità ebraica. Questa opzione rappresenterebbe un’inchiesta pubblica totale, dotata di ampi poteri giudiziari e udienze aperte al Paese, capace di analizzare non solo le falle della sicurezza, ma l’intero tessuto sociale. Sebbene una struttura di questo tipo richiederebbe anni per giungere a una conclusione, i suoi sostenitori la ritengono l’unico modo per ottenere una verità strutturale. 

Lo scontro si gioca anche sul terreno del rischio politico e sociale. Per il governo, una Commissione Reale rischierebbe di trasformarsi in un megafono pericoloso per i discorsi d’odio, dando una platea nazionale proprio a quelle voci antisemite che si vorrebbero combattere. Per l’opposizione e i sopravvissuti, invece, il vero rischio è l’oblio: il timore che un’indagine tecnica e riservata serva solo a nascondere responsabilità istituzionali dietro il paravento della ragion di Stato. 

L’attentato di Bondi Beach è stato uno dei più gravi atti di terrorismo islamista nella storia recente dell’Australia. Le indagini hanno rivelato che i due sospetti erano stati monitorati in passato, ma non ritenuti pericolosi. Mentre lo Stato del New South Wales ha già avviato una propria Commissione statale, il governo federale insiste nel voler mantenere il controllo sui dettagli della sicurezza nazionale, evitando un processo pubblico che potrebbe esporre gravi falle nel sistema di sorveglianza e immigrazione.