MESSINA - La Procura di Messina ha chiuso le indagini su un presunto sistema di sfruttamento di rider impiegati nel food delivery, notificando un avviso di conclusione indagini per caporalato all’amministratore unico e a tre collaboratori di una società del settore.

Secondo gli inquirenti, i lavoratori - in gran parte studenti universitari e giovani disoccupati - venivano reclutati e gestiti attraverso chat WhatsApp e pagati circa tre euro per ogni consegna. 

L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Messina con il supporto del Gruppo per la tutela del lavoro di Palermo, contesta anche violazioni delle norme sulla sicurezza e la responsabilità amministrativa della società.

In un contesto economico fragile, sostengono gli investigatori, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne pagate con compensi in alcuni casi inferiori alla metà di quanto previsto dal contratto collettivo nazionale, accettando ritmi di lavoro elevati e rischi stradali pur di raggiungere una soglia minima di guadagno. 

Gli accertamenti avrebbero fatto emergere quello che la Procura definisce un sistema di “caporalato digitale”, organizzato attraverso chat WhatsApp utilizzate per impartire in tempo reale le istruzioni ai lavoratori. Per evitare tempi morti tra una consegna e l’altra, ai rider veniva imposto di inviare tramite l’applicazione la parola “libero” e di aggiornare lo stato ogni minuto.  

I responsabili aziendali controllavano costantemente i tempi di esecuzione e, in caso di ritardi, contattavano telefonicamente i fattorini.  

I rider, secondo l’accusa, non avevano di fatto la possibilità di rifiutare le consegne: ogni rifiuto doveva essere motivato e poteva comportare ammonimenti o la perdita dell’assegnazione degli ordini successivi. 

Un meccanismo che, per gli inquirenti, determinava una condizione di totale subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi estenuanti. Per le violazioni in materia di salute e sicurezza i carabinieri del Nil hanno già elevato sanzioni per oltre 66 mila euro. 

Sono state inoltre avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e assistenziali non versati, per un importo complessivo di circa 696 mila euro.  

L’indagine riguarda l’impiego di circa 300 rider che, secondo l’accusa, venivano mantenuti sotto la soglia dei 5 mila euro annui per ciascun lavoratore, limite previsto per le prestazioni occasionali.