WASHINGTON - Alla Casa Bianca si respira un’atmosfera di cauta distensione dopo l’annuncio del cessate il fuoco temporaneo di due settimane con l’Iran. Un portavoce dell’amministrazione, riportato da Adnkronos, ha segnalato che le sensazioni sono positive, pur ribadendo l’avvertimento del vicepresidente JD Vance in partenza per il Pakistan: “Se tenteranno di prenderci in giro, scopriranno che il team negoziale non è poi così ricettivo”. Il monito fa riferimento ai precedenti colloqui in Svizzera e Oman, dove Teheran avrebbe tentato di occultare dati cruciali in merito alle proprie capacità nucleari. 

Il fulcro della tensione risiede nel cosiddetto “draft di Ginevra”. Secondo l’inviato Steve Witkoff, Teheran avrebbe richiesto di arricchire uranio al 20% all’interno del reattore di ricerca TRR, ufficialmente destinato a scopi medici. Una soglia critica: se l’accordo del 2015 fissava il limite al 3,67%, il passaggio dal 20% al 90% (necessario per l’arma atomica) richiederebbe solo tre o quattro settimane. Ad oggi, l’Iran detiene già 460 chili di uranio al 60%, una posizione che Witkoff definisce a soli “10 giorni di distanza” dalla qualità militare. 

La delegazione guidata da Vance si presenta al tavolo negoziale con tre punti fermi stabiliti dal presidente, che includono lo stop definitivo al programma nucleare militare iraniano e la riapertura totale dello Stretto di Hormuz senza l’imposizione di pedaggi o tasse. A queste condizioni si aggiunge la richiesta del rilascio dei cittadini statunitensi detenuti dal regime, sebbene il Washington Post segnali preoccupazione per l’impatto che tale istanza potrebbe avere su una trattativa già complessa. 

Nonostante la tregua, Trump e il Pentagono mantengono le forze in assetto da combattimento nel Golfo Persico. Al New York Post, Trump è stato esplicito: “È in corso un reset. Stiamo caricando sulle navi le migliori armi mai realizzate”. La tregua di due settimane potrebbe essere prorogata solo in caso di progressi tangibili, altrimenti gli Stati Uniti sono pronti a riprendere l’azione militare “con intensità ancora maggiore”. 

Gli analisti restano divisi sulla possibilità di una svolta. Alissa Pavia (Atlantic Council) evidenzia come il vero ostacolo sia il fronte libanese: mentre Iran e Pakistan spingono affinché il cessate il fuoco includa Hezbollah, Benjamin Netanyahu ha ribadito che “non c’è alcuna tregua in Libano”. Per Teheran, accettare un accordo mentre Israele colpisce i suoi proxy verrebbe percepito come una resa unilaterale. 

In questo contesto, il ruolo del Pakistan come mediatore appare limitato. Elizabeth Threlkeld (Stimson Center) sottolinea che Islamabad non può imporre concessioni su temi vitali come Hormuz o il nucleare se mancherà la fiducia reciproca. Trump, tuttavia, scommette su quello che definisce il “terzo regime”: leader che ritiene meno radicali dei predecessori e più pragmatici in privato, nonostante la retorica bellicosa mostrata in pubblico.