WASHINGTON - Lo scontro tra l’amministrazione statunitense e la relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, si sposta nelle aule di tribunale.

Impossibilitata a procedere direttamente a causa dei regolamenti delle Nazioni Unite, la famiglia della funzionaria ha depositato un ricorso civile al Tribunale distrettuale di Washington D.C. contro il presidente Donald Trump e i vertici del suo gabinetto. 

La causa, intentata dal marito di Albanese, Massimiliano Calì, e dalla figlia maggiorenne della coppia, cittadina statunitense, punta a far dichiarare incostituzionali le sanzioni imposte dal governo Usa. I querelanti sostengono che l’amministrazione abbia violato i diritti garantiti dal Primo, Quarto e Quinto Emendamento, operando quello che definiscono un “sequestro irragionevole dei beni”, senza il dovuto processo legale. 

Albanese era stata sanzionata nel luglio scorso per una presunta “guerra politica ed economica” contro gli Stati Uniti e Israele, legata al suo sostegno al perseguimento giudiziario di leader israeliani e aziende internazionali.   

Oltre a Trump, sono chiamati in causa il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario al Tesoro Scott Bessent e la Procuratrice Generale Pamela Bondi. 

L’azione legale giunge in un momento di estremo isolamento istituzionale per la Relatrice. Nelle ultime settimane, Francia, Germania e Italia hanno chiesto ufficialmente le sue dimissioni a seguito di dichiarazioni controverse rilasciate durante un evento in cui erano presenti un dirigente di Hamas e il ministro degli Esteri iraniano. 

Persino il portavoce di Antonio Guterres, Stephane Dujarric, ha preso le distanze: “Non siamo d’accordo con gran parte di ciò che dice e non useremmo i suoi termini per descrivere la situazione”. 

Albanese ha respinto ogni accusa, definendo le critiche “false e diffamatorie” e sottolineando come, al di là dei governi citati, continui a ricevere apprezzamenti per il suo lavoro di documentazione sul campo durato oltre 850 giorni.