WASHINGTON – Bill Clinton e Hillary Clinton compariranno davanti alla commissione di vigilanza della Camera dei Rappresentanti nell’ambito dell’inchiesta parlamentare sul caso Jeffrey Epstein.

L’annuncio, confermato dallo staff dell’ex presidente, segna un passaggio di forte rilievo politico e istituzionale: sarà la prima volta dal 1983 che un ex capo della Casa Bianca testimonia davanti a una commissione del Congresso.

Nel 1983 a comparire davanti a una commissione del Congresso fu Gerald Ford, chiamato a spiegare le ragioni della grazia concessa a Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate. Si trattò di un’audizione eccezionale, legata al dibattito su una possibile riforma dei poteri presidenziali in materia di grazia.

Secondo quanto ricostruiscono New York Times, Wall Street Journal e Bbc, la decisione arriva dopo mesi di pressioni repubblicane per ampliare il perimetro dell’indagine sul sistema di relazioni, coperture e responsabilità che ruotavano attorno a Epstein, il finanziere morto in carcere nel 2019, mentre era in attesa di processo per traffico sessuale di minori.

Il presidente della commissione, il repubblicano James Comer, aveva inizialmente respinto l’ipotesi di audizioni volontarie, insistendo su una convocazione formale. La scelta dei Clinton di presentarsi comunque viene letta dai principali media anglosassoni come un tentativo di evitare l’immagine di reticenza e di prevenire un’escalation politica in piena stagione pre-elettorale.

Dal punto di vista giuridico, le deposizioni non implicano automaticamente accuse o responsabilità dirette. Tuttavia, come sottolinea la Bbc, il peso simbolico è enorme: il Congresso riporta sotto i riflettori una delle figure centrali della politica americana degli ultimi decenni  (a suo tempo coinvolto in uno scandalo sessuale con la stagista Monica Lewinski), in un’inchiesta che continua a sollevare interrogativi sulla capacità delle istituzioni di individuare e fermare reti di abuso che coinvolgono in modo trasversale ambienti di potere 

Il Wall Street Journal evidenzia come l’audizione dei Clinton rifletta una strategia repubblicana più ampia: utilizzare il caso Epstein per colpire l’establishment democratico e rafforzare una narrazione di élite irresponsabili e protette, tema ricorrente nella comunicazione politica della destra americana. Allo stesso tempo, la presenza di Hillary Clinton – ex segretaria di Stato e poi candidata alla presidenza – amplia ulteriormente la portata politica dell’evento.

Resta incerto il calendario delle deposizioni e il formato delle audizioni. Molto dipenderà dall’equilibrio tra l’esigenza di fare luce su un caso che continua a scuotere l’opinione pubblica e il rischio di trasformare l’inchiesta in un’arma di lotta politica. In ogni caso, la comparizione dei Clinton segna un nuovo capitolo in una vicenda che, a distanza di anni, continua a mettere in discussione i confini tra potere, responsabilità penale e trasparenza negli Stati Uniti.

Un altro elemento che contribuisce a mantenere alta l’attenzione sul caso Epstein è l’ampiezza e l’eterogeneità delle figure finite, a vario titolo, nell’orbita del finanziere. Tra i nomi emersi figurano anche l’intellettuale Noam Chomsky e membri della famiglia reale norvegese. Nel caso di Chomsky, oggi 97enne, lo stesso linguista ha ammesso contatti e incontri con Epstein, negando però qualsiasi coinvolgimento illecito e respingendo le critiche come tentativi di delegittimazione personale.

Nella corrispondenza con il finanziere, Chomsky appare come consulente alla comunicazione per far fronte allo scandolo per le accuse di pedofilia. In una mail del 2019, il linguista gli raccomanda di “non reagire” alle denunce e alle accuse.-   

Per quanto riguarda la monarchia norvegese, le rivelazioni riguardano frequentazioni e relazioni sociali attribuite a esponenti della Casa reale, mai tradotte in accuse formali ma sufficienti ad alimentare un dibattito pubblico sul grado di prossimità tra Epstein e ambienti di potere internazionali.

Questi casi mostrano come l’inchiesta su Epstein metta in luce non solo risvolti penali, ma un sistema di relazioni trasversali – politiche, accademiche e istituzionali – che ha attraversato confini nazionali e ideologici. Quello che il filosofo francese Pierre Bourdieu chiamava l’habitus, cioè il sistema di relazioni e atteggiamenti comuni che intercorrono tra persone che condividono lo stesso status sociale e frequentano gli stessi ambienti.

È anche per questo che il Congresso statunitense continua a considerare il caso una questione di interesse pubblico: più che stabilire colpe individuali già giudicate o prescrite, l’obiettivo dichiarato è comprendere come Epstein sia riuscito per anni a muoversi in contesti di altissimo livello senza subire conseguenze.