LONDRA – Undici ministri, quattro portavoce, due capi di gabinetto: in 19 mesi a Downing Street, Keir Starmer ha dovuto dire addio a non pochi dei suoi collaboratori e a figure, anche di spicco, del suo governo. E non è ancora detto che non toccherà anche a lui. Gli ultimi a rassegnare le dimissioni sono stati il potentissimo capo di gabinetto Morgan McSweeney, considerato l’artefice della vittoria dei Labour nel 2024 e l’uomo forte dell’esecutivo, e poche ore dopo il portavoce in carica Tim Allan.
Difficile dire se basterà a fermare la valanga del caso Epstein che si è abbattuta su un Primo ministro già debole e poco amato nel suo stesso partito. Da ultimo, è stato il leader del Partito laburista scozzese a chiedere a Starmer di dimettersi.Pur descrivendo sir Keir come “una persona perbene”, Anas Sarwar ha affermato che la situazione a Downing Street “lascia a desiderare” e rischia di compromettere le possibilità del Labour alle prossime elezioni scozzesi di maggio.
Starmer, descritto dai suoi come “ottimista, fiducioso e determinato”, ha ribadito che non intende mollare: “Andiamo avanti con fiducia”, ha detto prima al suo staff e poi al suo gruppo parlamentare, “dobbiamo dimostrare che la politica può essere una forza per il bene”.
“Sono stato assolutamente chiaro che mi dispiace per la decisione di nominare Peter Mandelson e mi sono scusato con le vittime”. Ma niente passo indietro. Servirà invece e in fretta un passo avanti, con un nuovo capo di gabinetto. In pole ci sono Louise Casey, apprezzata dai laburisti come abilissima nel risolvere anche i problemi più complicati, così Vidhya Alakeson, ex vice di McSweeney. A entrambe ha affidato intanto l’interim. E c’è chi non esclude il ritorno di Sue Gray, prima capo di gabinetto dimissionaria nell’ottobre del 2024 per la rivalità con McSweeney.
Paradossalmente, Starmer potrebbe essere la vittima più eccellente del caso Epstein senza che il suo nome sia mai comparso, almeno finora, nei milioni di pagine dell’inchiesta. Mentre per esempio quello del presidente Donald Trump è citato almeno 38mila volte solo nell’ultima ondata di documenti divulgati il 30 gennaio, anche se non si profila alcun reato.
Il primo ministro britannico pagherebbe la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, con l’ex ministro travolto dalla prossimità con il finanziere americano e costretto la settimana scorsa a lasciare la Camera dei Lord. Non solo frequentava le sue case, non solo gli ha rinnovato l’amicizia quando già era in carcere, ma a Epstein avrebbe passato documenti riservati sulla vendita di asset statali tra il 2009 e il 2010, quando era ministro del Commercio e vicepremier di fatto del governo di Gordon Brown.
Ufficialmente Mandelson aveva un curriculum eccezionale: uno degli inventori del New Labour che nel 1997 aveva portato al successo Tony Blair, negli anni è stato più volte ministro, anche se con alterne fortune e non pochi inciampi da cui era sempre riuscito a risollevarsi.
Nel febbraio del 2025 la decisione di sceglierlo come ambasciatore degli Stati Uniti, in virtù del suo standing e della sua vastissima rete di amicizie, considerate utili per maneggiare il sempre meno prevedibile alleato storico Trump.
A insistere per la sua nomina era stato proprio Morgan McSweeney, nonostante qualche malumore tra i laburisti mentre i conservatori e Nigel Farage che oggi sono sulle barricate all’epoca non fecero un plissé.
L’incarico però ha retto per pochi mesi: a dicembre Mandelson era stato costretto a farsi da parte, dopo la prima tranche di file che lo legavano al suo “amico” Epstein. Quando le carte hanno rivelato non solo l’amicizia personale ma anche possibili rapporti d’affari con Epstein, e persino un pagamento di 75mila dollari, la carriera di Mandelson è finita per sempre questa volta. E con sé potrebbe trascinare Starmer.