WASHINGTON - Il sequestro della petroliera Marinera da parte delle forze navali statunitensi non è solo un’operazione di polizia marittima, ma il fulcro di un caso internazionale che vede contrapposti Washington, Mosca e Londra. L’azione, avvenuta nell’Atlantico settentrionale dopo due settimane di inseguimento, segna un cambio di passo nella strategia di Donald Trump contro le cosiddette “flotte fantasma”, utilizzate per aggirare le sanzioni.
La Marinera è un’imbarcazione arrugginita con oltre 20 anni di servizio, ma con una storia proprietaria opaca che ha attirato l’intelligence britannica. Originariamente chiamata Bella 1 e sanzionata già dall’amministrazione Biden per il trasporto di petrolio iraniano (oltre 6 milioni di barili lo scorso anno secondo Kpler), la nave ha cambiato nome e bandiera più volte negli ultimi anni.
Dopo un tentativo di abbordaggio statunitense nei Caraibi a metà dicembre, la nave ha cercato di riparare in Russia. Il 24 dicembre ha ricevuto un “permesso temporaneo” da Mosca per navigare sotto bandiera russa, tricolore che l’equipaggio ha dipinto frettolosamente sulla fiancata nel tentativo di ottenere l’immunità del diritto internazionale.
La Casa Bianca, per bocca della portavoce Karoline Leavitt, ha però respinto questa versione, definendo l’imbarcazione “senza bandiera” e soggetta a un ordine di sequestro giudiziario. Durante l’operazione, coordinata con il supporto del Regno Unito, è stata bloccata nei Caraibi anche una seconda nave, la Sophia.
Secondo le ricostruzioni del quotidiano britannico Guardian, la nave non trasportava greggio al momento del fermo, un elemento che ha rafforzato i sospetti su un possibile utilizzo diverso da quello commerciale. Tra le ipotesi valutate dall’intelligence vi era quella del trasporto di armi o equipaggiamenti militari russi, potenzialmente destinati a Paesi terzi o a reti alleate di Mosca. Sebbene il sospetto non abbia trovato conferme ufficiali, ha contribuito ad accrescere l’allerta internazionale.
La nave sarebbe inoltre collegata a una rete di petroliere e cargo utilizzati per eludere i controlli occidentali, spesso operanti senza assicurazioni riconosciute, con equipaggi sottopagati e in condizioni di sicurezza precarie. Il Guardian sottolinea come queste flotte rappresentino uno strumento essenziale per Mosca nel mantenere flussi logistici e finanziari nonostante le sanzioni.
Il punto di svolta è arrivato proprio con l’intervento degli Stati Uniti: un’azione che, secondo il giornale, segnala la crescente determinazione di Washington a bloccare non solo le esportazioni energetiche russe, ma anche le rotte e le navi usate dalla Russia per aggirare le sanzioni e, eventualmente, trasportare materiali militari.
Il Cremlino ha reagito con estrema durezza, accusando gli Stati Uniti di voler provocare “gravi crisi internazionali”. Secondo il ministero degli Esteri russo, il blitz è una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, poiché avvenuto in acque internazionali contro una nave civile. “L’uso della forza contro imbarcazioni regolarmente registrate è categoricamente inaccettabile,” ha dichiarato Mosca, chiedendo il rientro immediato dell’equipaggio.
Tuttavia, Washington ha minimizzato il rischio di escalation. Karoline Leavitt ha chiarito che Trump “non ha paura” di sequestrare navi illegali e che i suoi buoni rapporti personali con Putin permetteranno di gestire la tensione. La priorità dell’amministrazione resta l’embargo totale contro la flotta ombra russa, iraniana e venezuelana.
Il sequestro della Marinera si inserisce nel più ampio piano per il Venezuela post-Maduro illustrato dal Segretario di Stato Marco Rubio. La strategia per stabilizzare il Paese caraibico, attualmente guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez sotto l’influenza diretta degli Stati Uniti, si articola in tre fasi distinte.
La prima fase, dedicata alla stabilizzazione, prevede una sorta di quarantena del petrolio attraverso la quale gli Usa gestiranno la vendita di circa 30-50 milioni di barili di greggio venezuelano rimasti finora invenduti. La seconda fase riguarda la ripresa economica e politica, garantendo alle società occidentali un accesso equo al mercato nazionale e assicurando l’amnistia e la scarcerazione degli oppositori politici. Infine, la terza fase mira a completare la transizione, portando il Paese a un graduale ritorno alla normalità democratica sotto l’egida statunitense.
Il segretario all’Energia, Chris Wright, ha annunciato che Washington controllerà la commercializzazione del greggio venezuelano “per un tempo indefinito”. Donald Trump ha poi suggellato l’accordo su Truth, spiegando che il Venezuela utilizzerà i ricavi delle vendite esclusivamente per acquistare prodotti statunitensi.
“Acquisteranno prodotti agricoli, medicinali e attrezzature energetiche esclusivamente Made in Usa – ha scritto Trump –. Il Venezuela si impegna a fare affari con noi come partner principale: una scelta saggia per entrambi i popoli”.