BOGOTÀ – La morte di diversi minorenni durante un bombardamento delle forze armate colombiane ha scatenato una dura polemica dopo che il presidente Gustavo Petro ha difeso l’operazione militare, sostenendo che si è agito per evitare una tragedia ancora maggiore tra le truppe dispiegate nella giungla.
L’operazione era diretta contro le Farc dissidenti comandate dal cosiddetto “Iván Mordisco”, leader di una fazione armata che rifiutò l’accordo di pace firmato nel 2016 e che oggi gestisce strutture del narcotraffico nelle zone selvatiche del sud-est della Colombia.
Secondo Petro, una colonna di 150 uomini pesantemente armati avanzava nel territorio e avrebbe potuto tendere un’imboscata a 20 giovani soldati posizionati a pochi chilometri. “Forse oggi la critica che mi farebbero è di aver lasciato che i soldati fossero imboscati. Ho preso, a mio rischio, la decisione di salvare loro la vita”, ha scritto su X.
Le dichiarazioni hanno riacceso un dibattito centrale in Colombia: come equilibrare la protezione dei civili — in particolare dei minorenni costretti a entrare nei gruppi illegali — con le decisioni tattiche richieste dalle forze armate in zone di difficile accesso.
La controversia è esplosa mentre il governo portava avanti nuove offensive contro la struttura criminale di Mordisco. Il ministro della Difesa, Pedro Arnulfo Sánchez, ha confermato un bombardamento di alta precisione nel dipartimento di Arauca, al confine con il Venezuela, diretto contro un capo del cartello associato al dissidente, identificato come “Antonio Medina”. L’operazione è ancora in corso e non è stato confermato se sia stato eliminato.
Petro ha affermato che durante il suo governo ha ordinato 12 bombardamenti, tutti realizzati sotto rigide regole sui diritti umani e con il supporto dell’intelligence statunitense. Pochi giorni prima, il presidente aveva già annunciato un’altra azione militare nel Guaviare (zona della selva dove operano queste formazioni di guerriglia) con l’obiettivo di “dissolvere militarmente” uno dei loro fronti ed evitare che i suoi membri attraversino il confine con il Venezuela.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha confermato la morte di sette minorenni — tre maschi e quattro femmine — durante il bombardamento nel Guaviare. L’Onu ha sottolineato che l’attacco è stato condotto contro un obiettivo militare legittimo e che le vittime erano bambini reclutati dal gruppo illegale, ma ha chiesto allo Stato colombiano di adottare tutte le precauzioni possibili per evitare la morte di minorenni in future operazioni.
Di fronte alle critiche, Petro ha insistito sul fatto che l’operazione non costituisce un crimine di guerra e ha affermato che la decisione mirava a preservare la vita dei 20 soldati che potevano essere imboscati. Ha inoltre sostenuto che la sua politica di pace ha permesso di liberare 2.411 minorenni reclutati da organizzazioni armate. Ha comunque riconosciuto le limitazioni operative nella selva del Guaviare, dove le informazioni erano scarse e “non c’era altro metodo per difendere la vita dei soldati”. Per poi concludere: “Ho preso personalmente la decisione”.
L’episodio riporta al centro del dibattito pubblico i dilemmi etici, militari e umanitari che la Colombia affronta nella sua lotta contro le dissidenze armat