LONDRA – Un omaggio al grande alleato americano, a 250 anni dall’indipendenza conquistata proprio a spese del fu impero britannico; ma soprattutto una concessione ai voleri di Donald Trump, fatta evidentemente nella speranza di non allargare lo strappo inflitto alla ‘special relationship’ fra Washington e Londra dalla guerra all’Iran.

È il senso della visita di Stato che re Carlo III e la regina Camilla compiranno oltre oceano a fine aprile, come confermato formalmente da Buckingham Palace.

Visita preannunciata da tempo e ufficializzata - in barba a contestazioni e appelli recenti a un rinvio - “su indicazione del governo” laburista di Keir Starmer, secondo quanto precisato fin dalla prima riga del comunicato di rito diffuso dalla corte. L’evento, frutto “dell’invito” del presidente americano, sarà suggellato da un intervento solenne del monarca di fronte al Congresso.

Il tutto, per “celebrare i legami storici e la moderna relazione fra Regno Unito e Usa in occasione del 250esimo anniversario dell’Indipendenza americana”, si legge ancora nel comunicato di casa Windsor. Laddove si aggiunge che il sovrano 77enne e la sua consorte faranno tappa pure a Bermuda, prima missione in un territorio d’oltremare della corona fin dalla loro ascesa al trono tre anni e mezzo fa.

A spezzare il riserbo di maniera sulle date esatte è poi arrivato l’inevitabile messaggio trumpiano via Truth: “Io e Melania siamo lieti di annunciare” che la coppia reale sarà “negli Stati Uniti per una storica visita dal 27 al 30 aprile”, ha proclamato il presidente-magnate, non senza evocare il banchetto di Stato che sarà offerto in onore degli ospiti il 28 alla Casa Bianca.

“Non vedo l’ora di trascorrere del tempo con re Carlo, che rispetto profondamente”, ha quindi rimarcato The Donald, dopo un’iniziale reazione quasi adolescenziale, a caratteri cubitali, alla notizia della conferma dell’appuntamento: “Il will be TERRIFIC”, “sarà grandioso”.

Accenti di soddisfazione tanto più plateali dopo che lo stesso tycoon aveva incaricato pochi giorni fa l’ambasciatore a Londra, Warren Stephens, di mettere in guardia Starmer e il suo governo dal “grosso errore” di cedere alle pressioni di chi, in casa, suggeriva un rinvio di protesta sull’onda delle polemiche.

Polemiche che del resto Trump non ha interrotto nemmeno in quest’occasione, dopo aver preso di mira da settimane Londra per il mancato intervento militare diretto contro l’Iran al fianco di Usa e Israele o le esitazioni sullo Stretto di Hormuz. E aver evidenziato in tono irridente come sir Keir non fosse “Winston Churchill”.

Parole rimbalzate come schiaffi sull’isola, dove Starmer cerca di destreggiarsi fra la linea del rifiuto a un’adesione lancia in resta all’avventura bellica iraniana (impopolare sull’isola anche in chiave elettorale, in vista del delicato voto amministrativo del 6 maggio) e la volontà di non alimentare oltre misura le tensioni col grande fratello americano e di salvaguardare la Nato.

Un esercizio di equilibrismo che gli vale le critiche dell’ala sinistra del Labour. E che scatena la furia di Ed Davey, leader anti-trumpiano dell’opposizione centrista dei libdem, secondo il quale “il primo ministro mostra una sconcertante mancanza di spina dorsale confermando questa visita mentre Donald Trump tratta il nostro Paese con disprezzo, fa il bullo e liquida le unità della Royal Navy come ‘giocattoli’”.

Il rischio, in effetti, è quello di esporre adesso Carlo, nella sua veste di capo dello Stato, “all’imbarazzo” di ciò che il tycoon potrà dire o fare, osserva Emily Thornberry, presidente laburista della commissione Esteri alla Camera dei Comuni.

In un contesto in cui sul sovrano pesano pure altre inquietudini: non tanto per il cancro - diagnosticato nel 2024 - che egli sembra tuttora in grado di tenere sotto controllo; quanto per le ombre dello scandalo legato al nome del defunto faccendiere pedofilo Jeffrey Epstein che, dopo aver travolto definitivamente la reputazione dell’ex principe Andrea, costringono una monarchia azzoppata a prendere le distanze persino dalle sue due figlie, Beatrice ed Eugenie. Escluse entrambe dalla tradizionale messa di Pasqua di famiglia.