TEHERAN - La Repubblica Islamica vive oggi una giornata simbolo della sua profonda spaccatura interna. Mentre la Tv di Stato trasmette le immagini di una massiccia contromanifestazione a Teheran, in piazza Enghelab, a sostegno del regime degli Ayatollah, il bilancio delle vittime delle proteste antigovernative continua a salire vertiginosamente, raggiungendo cifre che scuotono la comunità internazionale.
Nella piazza della “Rivoluzione”, migliaia di persone hanno sventolato la bandiera nazionale, recitando preghiere per le vittime di quelli che il governo definisce “disordini”. Tra i manifestanti pro-regime è apparso anche il presidente Masoud Pezeshkian.
Tuttavia, i dati forniti dall’agenzia Hrana raccontano un’altra realtà, con un bilancio che parla di 572 morti confermati, tra cui si contano 503 manifestanti e 69 membri delle forze di sicurezza. Oltre alle vittime, la repressione ha portato all’arresto di più di 10.600 persone in sole tre settimane, mentre il capo della magistratura Mohsen Ejei ha ribadito su X la linea dura del regime, confermando una politica di tolleranza zero contro chiunque inciti alla rivolta.
Al centro della tempesta resta Ali Khamenei, Guida Suprema dal 1989. La sua biografia si intreccia con quella della Rivoluzione: discepolo di Khomeini, sopravvissuto a un attentato nel 1981 che gli tolse l’uso del braccio destro, Khamenei ha trasformato l’Iran in una roccaforte anti-occidentale.
Sotto la sua guida, il Paese ha superato crisi sistemiche: dall’Onda Verde del 2009 all’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020. Ma l’attuale ondata di dissenso sembra diversa.
Le cicatrici della “Guerra dei 12 giorni” contro Israele (giugno 2025) e il collasso economico post-pandemico hanno eroso il consenso anche nelle fasce sociali storicamente vicine alla religione. Oggi, con l’età avanzata e i ricorrenti problemi di salute, la questione della sua successione è diventata il perno su cui ruotano le speranze dei manifestanti e i timori degli apparati di sicurezza.
Sul fronte internazionale, il regime sta tentando una manovra disperata per evitare l’intervento straniero. Secondo fonti citate da Axios, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe contattato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff.
Teheran teme che le minacce di Donald Trump di usare la forza militare per “proteggere i manifestanti” possano trasformarsi in realtà. Un incontro nei prossimi giorni servirebbe, dunque, a frenare eventuali sanzioni paralizzanti o raid mirati. Nonostante il fallimento dei negoziati sul nucleare, questo è il primo segnale che il dialogo diretto tra Washington e Teheran non si è mai interrotto del tutto.
Mentre cerca il dialogo con gli Usa, Teheran alza lo scontro con il Vecchio Continente. Gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania e Regno Unito sono stati convocati al Ministero degli Esteri. Le autorità iraniane hanno mostrato loro filmati di violenze attribuite ai “rivoltosi”, accusando i governi europei di ingerenza inaccettabile negli affari interni.
L’Iran del 2026 appare dunque come un sistema sotto assedio: una leadership anziana che si aggrappa alla propaganda e alla magistratura, mentre la diplomazia cerca dietro le quinte di scongiurare un conflitto su larga scala che coinvolgerebbe direttamente gli Stati Uniti.