BELÉM DO PARÁ – Si è chiusa la Cop30, tra accordi diplomatici e proteste delle popolazioni native. E soprattutto con un grande assente: Donald Trump.

“Gli Stati Uniti sono l’unico Stato che non ha mandato nemmeno una delegazione di basso profilo”, dice Luca Lombroso, meteorologo dell’Università di Modena e Reggio Emilia, presente ai lavori del congresso. Persino il presidente argentino Javier Milei, ammiratore e imitatore di Trump, ha mandato una piccola delegazione.

Non sono mancate le polemiche sulle speculazioni nei prezzi degli hotel e sulla sicurezza della sede, peraltro sotto il controllo delle Nazioni Unite. “Giovedì 20 novembre è divampato un incendio e le uscite di sicurezza non erano aperte – ricorda Lombroso –. Nessuno dava indicazioni e mancava un piano di evacuazione. A un certo punto la gente si è ammassata in uno spazio all’aperto, da dove però non si poteva abbandonare l’area e dove si trovavano i camion che portavano il gasolio per fare funzionare il gruppo elettrogeno e i condizionatori. Se le fiamme si fossero spinte fin lì sarebbe stato rischiosissimo”.

Secondo Lombroso, quella di Belém “è stata una conferenza di attuazione, non tanto di decisione e non ci si aspettava nuovi accordi, rispetto a quelli di Parigi del 2015”.

India, Cina e Russia, a differenza degli Usa, hanno partecipato e hanno fatto sentire la propria voce. Continua Lombroso: “La Russia, per esempio, ha votato contro un documento presentato dalla Colombia e da altri 82 Paesi per un percorso di uscita dai combustibili fossili. Tra gli europei gli unici no sono arrivati dall’Italia e dalla Polonia”.

Secondo gli analisti, è questo l’aspetto più debole della conferenza: non avere prodotto un’agenda precisa su tempi e modi rispetto al ritiro dalle fonti fossili. Il documento finale approvato è infatti molto debole, privo di obiettivi e tempi chiari e soprattutto non vincolante.

Temi centrali sono stati la giustizia climatica e la transizione giusta, cioè una transizione che non aumenti il divario tra Paesi ricchi e poveri. Che non si limiti a processi tecnologici. ma inglobi anche quelli sociali.

“I Paesi in via di sviluppo – continua Lombroso – chiedono un fondo per difendersi dagli avventi avversi, i cosiddetti loss and damage, (perdite e danni). Questi Stati sono quelli con minore impatto sui cambiamenti climatici, ma che più ne subiscono gli effetti, dal momento che è alle loro latitudini che tendono a concentrarsi gli eventi meteo estremi”.

Il Brasile ha cercato di posizionarsi come leader del Sud globale, puntando temi legati a deforestazione, biodiversità, adattamento e transizione giusta. Ha presentato una Global Mutirão, termine portoghese-brasiliano che indica una mobilitazione collettiva, un lavoro di cooperazione comunitaria: nella cultura brasiliana, serviva a indicare l’unione di più persone per affrontare insieme un compito comune (per esempio costruire case, pulire, coltivare).

Si tratta quindi di un approccio che unisce società civile, Stati, comunità locali, popoli indigeni, istituzioni, imprese, giovani, cittadini. L’idea è trasformare la lotta al cambiamento climatico in un impegno collettivo, diffuso, decentrato, oltre le tradizionali dinamiche diplomatiche.

“Negli anni scorsi, questo non è stato possibile – aggiunge Lombroso – dal momento che la conferenza si era tenuta in Paesi governati da regimi autoritari, come Azerbaigian, Emirati Arabi, Egitto, poco inclini alla partecipazione della società civile nei processo decisionali”. L’accordo Global Mutirão è stato approvato all’unanimità in plenaria, malgrado le organizzazioni indigene latinoamericane abbiano criticato la scarsa inclusione nei tavoli negoziali, pur essendo l’Amazzonia al centro della conferenza.

⁠Il documento riporta al centro l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature globali a 1.5°C, per raggiungere il quale servono tagli del 43% delle emissioni entro il 2030 e del 60% entro il 2035.

“Ogni decimo di grado guadagnato è un vantaggio – dice Luca Lombroso –. Contemporaneamente bisogna mettere in atto strategie di adattamento, di prevenzione secondaria. Con i cambiamenti climatici dobbiamo convivere, ma questo non significa che non valga la pena di provare a contenerli”.