COPENAGHEN - Il giorno dopo le elezioni legislative, la Danimarca entra in una fase di delicate trattative. La Corte reale ha annunciato che il primo ministro uscente, Mette Frederiksen, sarà responsabile della conduzione dei negoziati per la formazione del nuovo governo.
Nonostante i socialdemocratici siano il primo partito, l’assenza di una chiara maggioranza rende il percorso verso il nuovo esecutivo estremamente incerto.
Dopo aver consultato gli undici gruppi eletti, il Re ha incaricato Frederiksen di tentare la sintesi. Inizialmente, la leader socialdemocratica cercherà di compattare una coalizione di sinistra con il Partito Socialista Popolare (SF) e i centristi di De Radikale.
Il blocco di sinistra, che comprende i socialdemocratici, ha ottenuto 84 seggi, superando il blocco di destra e dell’estrema destra che si è fermato a 77 seggi. In questa configurazione, i 14 seggi conquistati dai moderati di Lars Løkke Rasmussen assumono un ruolo determinante per la formazione della maggioranza.
Nonostante rimangano la forza principale con 38 seggi su 179, i socialdemocratici hanno registrato il loro peggior risultato dal 1903. La precedente formula di coalizione destra-sinistra appare ora difficilmente riproponibile, a causa del calo di consensi subito dai liberali durante l’ultimo mandato.
Secondo i commentatori e la stampa locale, il vero trionfatore di questa tornata è il veterano Lars Løkke Rasmussen. Già due volte primo ministro, con i suoi 14 seggi Rasmussen detiene ora il potere di far oscillare la maggioranza verso destra o verso sinistra. Sebbene ufficialmente lui lo neghi, alcuni analisti, come il professor Rune Stubager dell’Università di Aarhus, non escludono che possa tentare di formare una coalizione attorno alla propria figura.
Con ben 12 partiti rappresentati in Parlamento, la Danimarca si conferma un sistema politico estremamente frammentato, pur essendo storicamente abituata a governi di minoranza. I negoziati, che nel 2022 durarono sei settimane, si preannunciano lunghi e complessi.
I temi caldi sul tavolo dei negoziati saranno l’economia e le pensioni, al centro delle richieste dei blocchi contrapposti, insieme all’ambiente, con la lotta all’inquinamento che resta una priorità per l’elettorato.
Particolare rilievo assumerà il tema dell’immigrazione: l’estrema destra del Partito Popolare Danese ha infatti triplicato i propri seggi con il 9,1% dei voti, portando il fronte populista e anti-immigrazione a un solido 17%, un dato che si mantiene stabile da circa vent’anni.
Un ruolo non trascurabile sarà giocato dai quattro deputati dei territori autonomi. Mentre le Isole Faroe hanno confermato un parlamentare per ciascun blocco (destra e sinistra), la Groenlandia ha premiato il fronte di sinistra e il partito Naleraq, quest’ultimo schierato su posizioni di rottura per una rapida indipendenza da Copenaghen.