Ci sta arrivando, è un’inevitabilità. La spinta è ormai tale che il primo ministro, Anthony Albanese, non potrà evitare di istituire una Commissione reale d’inchiesta sull’antisemitismo e l’attacco terroristico di Bondi dello scorso 14 dicembre. La sua resistenza, esclusivamente politica, all’idea, sta dando qualche segno di cedimento: dopo settimane in cui aveva respinto con forza la proposta, martedì ha iniziato a spianare la strada verso un’investigazione che vada al di là delle valutazioni riguardanti l’operato dei servizi di Intelligence e delle forze dell’ordine sull’atto di terrorismo che ha sconvolto il Paese. Inevitabile l’inversione di marcia che arriverà, come inevitabili saranno le critiche per un cambio di rotta maturato solo dopo forti pressioni da parte della comunità ebraica, delle famiglie delle vittime, di ex alti funzionari della sicurezza nazionale e di una vasta fetta dell’opinione pubblica. Albanese cederà, ma ovviamente, terrà la barra dritta sulla sua decisione iniziale di dare una risposta più veloce possibile alla strage, con l’avvio immediato ad un’inchiesta ‘tecnica’, con finalità limitate, affidata all’ex capo dell’Asio, Dennis Richardson, seguito da una legge rafforzata contro l’incitamento all’odio razziale che sarà discussa in una sessione straordinaria del parlamento, prima della prevista ripresa dei lavori, come da calendario, ad inizio febbraio.
Una questione di tempi, spiegherà Albanese, aggiungendo la ‘capacità di ascoltare’ dell’esecutivo e la maturità politica di cambiare passo e direzione quando necessario. Alla fine arriverà la Commissione reale d’inchiesta, speriamo con tanto di adeguati strumenti, in fatto di termini di riferimento chiari e incisivi, capaci di rassicurare gli ebrei australiani sulla reale volontà del governo di fare luce su una piaga che continua a minare il tessuto sociale del Paese.
Non vi è dubbio che il primo ministro sia stato trascinato, politicamente parlando, ‘a calci e urla’ verso una decisione che avrà comunque un elevato costo in termini di immagine. La prolungata resistenza a prendere in mano la situazione a livello federale per ciò che riguarda i ‘retroscena’ della strage in uno dei luoghi-simbolo dell’Australia, gravi danni politici li ha già fatti ad un leader che sembrava inattaccabile. E, sebbene la maggior parte dei parlamentari laburisti abbia sostenuto la linea prudente del governo, l’impressione diffusa è che Albanese abbia sottovalutato la gravità della situazione e l’urgenza simbolica e sostanziale di un’inchiesta pubblica autorevole, invece che il ricorso prima ad un giro di vite sulle armi e poi ad un’indagine sugli indubbi errori commessi a livello di prevenzione nel campo della sicurezza nazionale.
Siamo entrati quindi, secondo molti osservatori, alcuni esponenti di primo piano del Partito laburista e i leader della comunità ebraica, nella fase di ‘correzione’, con Il primo ministro che avrebbe iniziato a riconsiderare la propria posizione già verso la fine della scorsa settimana, dopo alcuni giorni particolarmente difficili sul piano mediatico e politico. Le sue motivazioni per respingere l’idea di una ‘Royal Commission’ sono state duramente criticate e respinte non solo dai gruppi ebraici, ma anche da ex giudici e da autorevoli esperti di sicurezza nazionale (altro servizio a pagina 10). E invece di spegnere le polemiche, le argomentazioni del governo hanno finito per alimentarle. La situazione è, infatti, ulteriormente peggiorata quando Albanese ha reagito alle critiche affermando che non meglio precisati “veri esperti del presente e non del passato”, sostenevano la sua posizione, lasciando intendere di avere l’appoggio dei vertici delle agenzie di intelligence e delle forze dell’ordine. Una dichiarazione che non è mai stata confermata né dall’ASIO (Australian Security Intelligence Organisation), né dall’ASIS (Australian Secret Intelligence Service), né dalla Polizia Federale Australiana (AFP). Al contrario, è apparsa come un tentativo di screditare figure di indiscusso prestigio che chiedevano apertamente una Commissione reale d’inchiesta, tra cui l’ex capo delle Forze di Difesa ed ex governatore generale Peter Cosgrove, l’ex direttore dell’ASIS Nick Warner e l’ex commissario dell’AFP Mick Keelty.
Al di là delle polemiche, resta una domanda di fondo: perché i vertici delle agenzie di sicurezza dovrebbero avere, di fatto, un potere di veto su un’inchiesta pubblica che mira a chiarire perché lo Stato non sia riuscito a prevenire il più grave attacco terroristico nella storia recente del Paese? Una Commissione reale non nasce per attaccare le istituzioni, ma per rafforzarle attraverso la trasparenza, l’assunzione di responsabilità e la fiducia del pubblico in generale.
Albanese non ha ancora detto sì, ma l’apertura di martedì scorso ad una precisa domanda al riguardo, durante la sua visita alle zone alluvionate del Queensland, lascia presagire un aggiustamento di rotta: da preparare solo con attenzione le motivazioni per mantenere più intatta possibile la sua strategia di risposta ragionata ad un evento di straordinarie proporzioni che richiedeva tempo e svariate considerazioni per non fare correre inutili ulteriori rischi al Paese sul fronte della coesione sociale e ai valori multiculturali, da difendere senza se e senza ma, del Paese stesso. Niente reazioni di impulso, niente pericolose divisioni e facili accuse a senso unico. La verità è che Albanese avrebbe preferito evitare un’inchiesta ‘reale’ con tutte la sua autorità e un rapporto dettagliato sui perché di un attentato che più di qualcuno aveva ‘preventivato’, anche se non di tale drammaticità ed entità come numero di vittime. Un rapporto che quasi sicuramente (se il campo d’azione non verrà in qualche modo limitato) metterà in evidenza alcune scomode verità riguardanti il Partito laburista e indubbi errori di valutazione del governo sulla realtà di un antisemitismo alimentato oltremisura dalla reazione di Israele all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023.
Il terreno politico negli ultimi giorni ha iniziato a spostarsi sotto i piedi del primo ministro perché, anche all’interno del governo hanno cominciato ad emergere crepe evidenti. Venerdì scorso, il ministro dei Servizi sociali, Tanya Plibersek ha pubblicamente evitato di sostenere le affermazioni di Albanese e del ministro degli Interni Tony Burke, secondo cui una Royal Commission avrebbe potuto offrire una piattaforma all’odio antisemita. Con parole misurate ma significative, Plibersek ha rifiutato di ribadire quella linea difensiva, segnando una presa di distanza che non è passata inosservata.
Lo stesso giorno, anche il ministro dell’Energia Chris Bowen, ha evitato di riproporre l’argomento secondo cui un’inchiesta pubblica sarebbe stata inadatta alle questioni di sicurezza nazionale o avrebbe costretto gli ebrei australiani a rivivere il trauma degli ultimi due anni. Le uniche motivazioni chiaramente espresse da Bowen e Plibersek per giustificare il rifiuto di una Royal Commission sono state la presunta maggiore rapidità di altre iniziative: la revisione Richardson, l’attuazione del rapporto Segal e la partecipazione alla Commissione reale d’inchiesta annunciata dal governo del New South Wales, al quale i federali hanno offerto pieno appoggio.
Tuttavia, mentre un numero sempre crescente di leader aziendali, icone dello sport ed esponenti storici del Partito laburista continua a chiedere un’inchiesta indipendente, la questione è approdata all’ordine del giorno della riunione del Comitato di Sicurezza Nazionale di lunedì mattina. Al termine dell’incontro, il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha mostrato un ulteriore ammorbidimento del linguaggio del governo, dichiarando di avere “rispetto” per gli eminenti australiani che invocavano una RC.
Pur sottolineando che la priorità resta l’azione immediata, Chalmers, 24 ore prima di Albanese, non ha escluso la possibilità di un’inchiesta formale. Questa apertura è stata confermata martedì mattina anche dal ministro della Sanità Mark Butler, figura di peso della corrente di sinistra del Partito, che ha affermato che il governo avrebbe “rispettato” e “ascoltato” le richieste di una Royal Commission, senza escluderla a priori. Un clima nuovo, che ha preparato il terreno per un segnale politico più netto da parte del primo ministro che ha ribadito la sua volontà di continuare a lavorare con tutti, e in modo particolare con la comunità ebraica con la quale mantiene contatti diretti quotidiani, per “esaminare tutto ciò che è necessario fare”.
Non ci siamo ancora, ma è solo una questione di tempo e di preparare adeguate spiegazioni per limitare ulteriori danni.