MELBOURNE - Un dibattito acceso, a tratti polarizzato, ma finalmente ancorato ai numeri e alla concretezza. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro “The GenAI Multiplier: The Value of Pervasive Embedded Intelligence” moderato da Stefano Martinotti, ricercatore in Intelligenza Artificiale ed ex partner di McKinsey, affiancato da tre voci autorevoli: Mario Margotta, il professore Giuseppe M.J. Barca e Richard Ralphsmith.

“Oggi sentiamo opinioni diametralmente opposte sull’AI”, ha esordito Martinotti. Da un lato la promessa di una nuova età dell’oro del benessere, dall’altro il timore che una sua adozione frettolosa possa “strappare il tessuto stesso della nostra società”. Ma il punto, ha chiarito, è semantico prima ancora che tecnologico: l’intelligenza artificiale esiste da oltre ottant’anni; ciò che accende il confronto è la Generative AI, di architettura ben più recente (post 2015), capace di lavorare su dati non strutturati – testi, moduli, immagini – e di generare contenuti coerenti con il proprio addestramento.

I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo stime recenti, il potenziale economico annuo della GenAI supera i 4.400 miliardi di dollari: una cifra che, rapportata a un’economia mondiale stimata in 117 trilioni di dollari nel 2025, equivarrebbe ad aggiungere ogni anno “una doppia Italia” al PIL globale. Numeri che, nel bene e nel male, fanno certamente riflettere.

Un impatto che si articola su tre direttrici: automazione delle attività ripetitive, aumento della produttività umana, accelerazione dei cicli di innovazione grazie all’estrazione e indicizzazione della conoscenza. “L’80% della forza lavoro vedrà almeno il 10% delle proprie mansioni supportate dall’AI; il 50% delle attività sarà svolto più rapidamente; il 60% della crescita annua di produttività sarà trainato da GenAI e automazione” ha aggiunto Martinotti. Ma non è tutto oro quel che luccica. Margotta ha posto l’accento su affidabilità, costi e governance dei dati. “Oltre il 40% delle aziende ha già registrato casi di uso improprio della GenAI”, ha ricordato. Le imprese vogliono sapere dove finiscono i propri dati e come vengono utilizzati.

Se l’industria chiede certezze, la ricerca offre invece scenari dirompenti. Il professor Barca ha descritto un settore, quello farmaceutico, dove portare un farmaco sul mercato richiede di norma 10-15 anni e circa 2 miliardi di dollari. Grazie alla simulazione computazionale e alla GenAI, oggi è possibile progettare e testare virtualmente composti con un’accuratezza paragonabile alla sperimentazione fisica, riducendo i tempi fino al 50-75%. “Non si tratta solo di fare prima e a costi inferiori - ha osservato -, ma di aprire la strada a cure che fino a cinque o sei anni fa erano semplicemente impensabili”.

Sul fronte del marketing, Ralphsmith ha offerto una riflessione controcorrente: con l’abbattimento dei costi di produzione creativa, la pubblicità diventa ubiqua. E quando tutto è accessibile dalla tecnologia, ciò che distingue è la connessione propriamente umana. “Il branding - ha spiegato - resta a monte, nella relazione che orienta le scelte”.

In mezzo, il ruolo delle istituzioni locali: regolazione etica, dialogo con l’accademia, coordinamento interno e condivisione di buone pratiche. Perché la partita, è evidente, è una collaborazione che si gioca su più tavoli.