PECHINO - La crisi in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz stanno aprendo un nuovo fronte della competizione globale: non solo militare e diplomatica, ma profondamente energetica e industriale. In questo scenario, la Cina, pur essendo il principale importatore mondiale di greggio, si presenta con una resilienza inaspettata. Grazie a una combinazione di transizione energetica accelerata, diversificazione delle rotte e controllo statale, Pechino potrebbe paradossalmente uscire dalla crisi come il “vincitore relativo”.  

Il mercato petrolifero è già in assetto da guerra. Dopo aver toccato un picco di 119,50 dollari, il Brent si è stabilizzato oggi intorno ai 105 dollari al barile. L’interruzione dei flussi attraverso Hormuz minaccia di sottrarre al mercato 8 milioni di barili al giorno (l’8% della domanda mondiale), costringendo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) al più massiccio rilascio di riserve strategiche della sua storia: circa 400 milioni di barili. 

Per la Cina il rischio è diretto ma concentrato in ambiti specifici: sul fronte petrolifero, Pechino importa circa 1,3 milioni di barili al giorno dall’Iran, una quota che rappresenta il 13% del suo import totale. Per quanto riguarda invece il gas naturale liquefatto, il 25% dell’approvvigionamento complessivo deve transitare necessariamente per lo Stretto di Hormuz, con il Qatar che ricopre il ruolo di fornitore principale. 

La crisi ha assunto una dimensione politica esplicita con l’intervento di Donald Trump. Il presidente statunitense ha lanciato un avvertimento diretto sia agli alleati Nato che a Pechino, sottolineando che Washington, grazie alla propria produzione interna, è molto meno vulnerabile allo shock rispetto a Europa e Cina. 

Trump ha chiesto un contributo attivo per la sicurezza dello Stretto, legando la questione alla sua imminente visita di Stato in Cina (prevista tra il 31 marzo e il 2 aprile). “La Cina importa il 90% del suo petrolio attraverso Hormuz. È normale che chi trae profitto dallo stretto contribuisca a garantirne la sicurezza. Vorremmo una risposta prima della mia visita, o potremmo decidere di rinviarla”.  

Nonostante la dipendenza dall’estero per il greggio resti alta (71,9%), la struttura energetica cinese è nel pieno di una mutazione genetica. Il vero scudo di Pechino contro lo shock petrolifero è l’elettrificazione.  

Il declino del carbone è evidente: dal 69% registrato nel 2010, il suo peso è sceso al 51,4% nel 2025. Parallelamente si è assistito al boom del settore verde, con le fonti pulite come idroelettrico, nucleare, eolico e solare che coprono ormai il 30,4% del mix totale, mentre vento e sole forniscono da soli il 18,5% dell’elettricità nazionale. 

Questa trasformazione significa che una quota crescente dell’industria cinese è alimentata da energia prodotta internamente, riducendo l’impatto dei prezzi del greggio sulla competitività delle fabbriche.   

Pechino ha lavorato per anni a ridurre il rischio legato allo Stretto di Hormuz attraverso due pilastri fondamentali, costruendo quella che può essere definita una vera “fortezza”. Sul fronte delle rotte terrestri, la Russia è diventata il primo fornitore con 108,5 milioni di tonnellate nel 2024. Parallelamente, il gasdotto Power of Siberia ha raggiunto la piena capacità di 38,8 miliardi di metri cubi, mentre le condotte dal Turkmenistan garantiscono altri 55 miliardi di metri cubi l’anno, aggirando completamente i colli di bottiglia marittimi.  

Per quanto riguarda le riserve strategiche, lo Stato controlla scorte per circa 900 milioni di barili, equivalenti a un periodo tra i 78 e i 100 giorni di importazioni, mantenendo la capacità di intervenire amministrativamente su raffinazione e prezzi per proteggere il mercato interno.