ROMA - Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), ha lanciato un monito dal National Press Club di Canberra: la crisi energetica innescata dal conflitto in Medio Oriente ha già superato, per portata e gravità, i due grandi shock petroliferi degli anni ‘70 messi insieme.
Il dato che cambia la scala della crisi è 11 milioni: tanti sono i barili al giorno sottratti all’offerta mondiale a causa dell’escalation tra Usa, Israele e Iran. Il confronto storico evidenzia come nelle crisi degli anni ‘70 il mondo perse circa 5 milioni di barili al giorno per singolo shock, mentre oggi la perdita è superiore alla somma di quegli eventi.
Inoltre, almeno 40 infrastrutture energetiche in Medio Oriente sono state gravemente danneggiate, rendendo la ripresa della produzione lenta e incerta. In questo scenario il Brent viaggia stabilmente attorno ai 112 dollari al barile, mentre il WTI resta sotto i 100 dollari, riflettendo una geografia dello shock che colpisce duramente le economie più dipendenti dai flussi del Golfo.
Per Birol esiste un’unica soluzione reale: la riapertura dello Stretto di Hormuz. Non si tratta di un semplice corridoio, ma della principale arteria energetica del pianeta. “La riapertura di Hormuz è la soluzione più importante. Nessun Paese sarà immune agli effetti di questa crisi se continuerà in questa direzione”, ha sottolineato Birol.
Dal blocco dello stretto dipende non solo il greggio, ma anche il Gas Naturale Liquefatto (LNG) cruciale per l’Europa e l’Asia, con Qatar ed Emirati Arabi Uniti impossibilitati a esportare. Il rallentamento dei flussi si sta già riversando sui costi dei trasporti, dei fertilizzanti e, a cascata, sul carrello della spesa globale.
L’onda d’urto ha travolto i mercati finanziari asiatici: il Nikkei giapponese ha perso il 3,5%, la Corea del Sud il 5,8%, mentre la rupia indiana è crollata ai minimi storici. Ma la minaccia non è solo economica, poiché il Dipartimento di Stato Usa ha emesso un avviso globale per interruzioni dei viaggi e chiusure dello spazio aereo che colpiscono il settore aereo e la logistica.
Parallelamente, la produzione della Basra Oil Company in Iraq è stata drasticamente ridotta con la dichiarazione dello stato di forza maggiore, complicando ulteriormente il quadro generale delle forniture.
L’AIE ha autorizzato un rilascio coordinato di riserve senza precedenti, ma Birol avverte che gli stock servono solo a “comprare tempo”, non a curare la ferita. L’Agenzia ha quindi rispolverato un repertorio di misure di emergenza che ricorda i tempi dell’austerità, incentivando il lavoro da remoto per ridurre i consumi di carburante e introducendo la riduzione dei limiti di velocità insieme al taglio dei voli non essenziali.
A queste iniziative si aggiunge il potenziamento del trasporto pubblico, in un quadro in cui la minaccia non riguarda più solo il petrolio ma assume una valenza sistemica.
Stavolta la posta in gioco è più alta. Attorno a Hormuz e alle centrali elettriche iraniane ruota la tenuta dei sistemi fiscali dei Paesi fragili e persino la sopravvivenza dei sistemi idrici (impianti di desalinizzazione) nel Golfo. Se la de-escalation non prenderà forma, il mondo non affronterà solo una fiammata dei prezzi, ma una prolungata stagione di instabilità geopolitica e inflazione strutturale.