Un cambio di leadership, quello avvenuto venerdì scorso a Canberra nel corso della riunione dei parlamentari del partito Liberale, che ha segnato la fine politica della ormai ex leader dell’opposizione, Sussan Ley, e l’esordio come capo dei liberali, e dell’opposizione federale, di Angus Taylor.
Un passaggio di testimone che non ha soltanto una matrice legata ai sondaggi che hanno presentato numeri tragici per il partito ma anche, e soprattutto, la consapevolezza di essere in una condizione di vera e propria ‘ultima spiaggia’.
Angus Taylor e la sua vice, la senatrice Jane Hume, sono infatti chiamati a condurre una scialuppa di salvataggio in un mare in tempesta, con il rischio concreto che la scialuppa, e tutti i suoi occupanti, possa affondare per sempre nell’oblio della storia politica d’Australia.
Taylor lo ha capito, e in fondo è stato detto da tempo in modo molto chiaro, senza troppi eufemismi. La diagnosi, al netto della inevitabile retorica velata di ottimismo del “nuovo inizio”, è semplice: il partito liberale, e la Coalizione di conseguenza, rischiano l’irrilevanza. E quando un grande partito rischia l’irrilevanza, non è solo un problema legato alla vita del partito o al funzionamento dello stesso.
È un problema del Paese. Perché una democrazia sana ha bisogno di un confronto robusto tra visioni diverse, di un’opposizione capace di controllare, correggere, proporre. Se la Coalizione implode, la politica australiana è destinata alla polarizzazione, alla frammentazione o si consegna alle scorciatoie del populismo.
E l’Australia, in un mondo instabile, non può permettersi opposizioni che occupano, senza particolare impatto, pochi seggi parlamentari.
Ma proprio qui sta la prima trappola in cui Taylor rischia di cadere: pensare che la rinascita passi per una rincorsa mimetica alle parole d’ordine di chi sta drenando voti, a cominciare da One Nation.
Le cronache di queste ultime ore raccontano di un Angus Taylor intenzionato a rimettere al centro un’agenda ‘Australia first’, con toni netti, forse anche troppo duri, su immigrazione, identità nazionale, ordine e confini.
È un tema reale, certo, che intercetta inquietudini diffuse: casa, servizi, infrastrutture, coesione sociale. Taylor ha scelto di entrarci a gamba tesa, mettendo l’accento su standard di vita, sistemi di valori e selezione degli ingressi, e promettendo di ridurre i numeri.
Il punto però non è solo ‘quanta’ immigrazione, ma ‘come’ e ‘perché’ e, soprattutto, con quale linguaggio proporre un piano di riforme che la includa. Un conto è parlare di gestione, di integrazione, di sostenibilità; un altro è costruire una piattaforma che rischia di trasformare l’immigrazione nel capro espiatorio universale.
L’Australia moderna è un Paese multiculturale solidamente costruito da ondate migratorie e da un patto civico che non coincide con l’ansia identitaria o con le paure di turno.
I conservatori, se vogliono tornare veramente competitivi e presentarsi come valida alternativa di governo, devono essere netti nella programmazione, ma visionari nell’orizzonte: controllo e apertura non sono concetti necessariamente antitetici, se c’è chiarezza sulle regole, sulla cittadinanza come responsabilità, sull’adesione ai principi democratici.
Taylor dovrà saper parlare anche a quell’Australia che lavora, studia, investe e aiuta il Paese a crescere, e che non accetterà mai di sentirsi messa in discussione per becero opportunismo elettorale.
Il secondo nodo è quello economico, il vero terreno su cui i liberali si sono storicamente legittimati come forza di governo: competenza, produttività, impresa, aspirazione.
Qui Taylor arriva con un doppio fardello. Da un lato, l’eredità di una stagione in cui la Coalizione ha oscillato tra slogan e incertezze, perdendo la reputazione di “buon gestore” dell’economia.
Dall’altro, il fatto di essere stato lui stesso protagonista della strategia economica dell’opposizione nella fase precedente, che oggi viene contestata anche dagli avversari.
Ecco perché Taylor non può limitarsi a raccontare cosa c’è che non va nelle scelte di politica economica della coppia Albanese-Chalmers. Taylor dovrà dimostrare di avere un programma che porti, lui come leader, e la Coalizione come forza politica, verso un futuro di credibilità e affidabilità.
Adesso non si può attendere, per troppo tempo, anche in occasione dell’ultima elezione persa da Peter Dutton, non si è parlato in maniera sostanziale e circostanziata di programmi. Ci può stare che la vice leader Jane Hume, in diretta ieri su Insiders dell’ABC, abbia continuato a ripetere che è troppo presto per parlare di programmi, non essendosi ancora neanche insediato il governo ombra, ma se questo mantra continuerà a essere ripetuto anche nelle prossime settimane, sarà un preoccupante segnale del “tutto cambia perché nulla cambi”.
È tempo di contenuti concreti e coerenti, tempo di mettere nero su bianco una proposta credibile sui principali temi critici: potere d’acquisto, tasse, semplificazione, spesa pubblica, energia, produttività, competitività.
Coerenza significa evitare l’eterna tentazione di questa fase politica: inseguire l’umore e l’agenda della ‘crisi’ di giornata e poi stupirsi se l’elettorato non crede più a nulla e si attacca a messaggi semplicistici e populisti.
Un partito che predica meno Stato, ma non sa indicare dove e come rendere lo Stato più efficiente; che parla di impresa, ma non si misura con i nodi di produttività; che promette case, ma non affronta davvero il tema dell’offerta, dei tempi, dei cantieri, delle regole è destinato a soccombere.
Il terzo nodo è politico-organizzativo. Taylor è stato eletto con un mandato forte, sì, ma su un terreno minato. L’opposizione non combatte solo contro il governo: combatte contro il tempo, contro la propria storia recente, contro le guerre interne e contro un ecosistema elettorale che non perdona.
La prima verifica sarà immediata: la suppletiva di Farrer, resasi necessaria dall’annuncio dell’uscita dalla vita pubblica e politica dell’ex leader Sussan Ley. Proprio Farrer si annuncia un duro campo di battaglia in cui si affolleranno liberali, nazionali, One Nation e indipendenti sostenuti dall’area “teal”, con i laburisti quasi sicuramente a fare da spettatori. Perdere quel seggio, simbolico e storicamente sicuro, trasformerebbe la ripartenza in una crisi profonda.
Il quarto passaggio è culturale. I conservatori australiani non hanno mai basato la loro offerta politica esclusivamente su una piattaforma economica; sono stati, nel passato, in grado di raccontare quale Paese volevano su più livelli. Infine, il nodo più grande: ricostruire un’identità liberale che non sia una somma di reazioni contingenti.
Non contro i laburisti, non contro i teal, non contro One Nation. Ma per un progetto da mettere in piedi. Negli ultimi anni i liberali hanno smarrito la loro capacità di parlare agli elettori, quelli storicamente vicini e quelli da conquistare o riconquistare.
Taylor, quindi, non ha davanti un semplice compito di ripartenza dopo una sconfitta ma, come detto, si trova al timone di una scialuppa di salvataggio.
Si tratta di fare di tutto in un periglioso percorso di sopravvivenza: o ricostruisce un partito di governo, con un pensiero riconoscibile e una squadra all’altezza, oppure la politica australiana entrerà in una fase in cui i conservatori verranno frantumati tra populismo, indipendenti e nostalgie, lasciando un vuoto che nessuno riuscirà mai a riempire per bene.