TEHERAN - La guerra tra Stati Uniti e Iran entra nella sua quarta settimana con un’escalation senza precedenti. Il presidente Donald Trump ha fissato un termine perentorio: se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto totalmente e senza minacce entro 48 ore, gli Usa colpiranno le infrastrutture energetiche della Repubblica Islamica. L’ultimatum scadrà ufficialmente nella notte italiana tra lunedì 23 e martedì 24 marzo.
Dopo aver inizialmente frenato su attacchi alla rete elettrica (“per non rendere impossibile la ricostruzione del Paese”) e aver persino posto il veto su alcuni raid israeliani, Trump ha cambiato bruscamente rotta. A spingerlo è il prezzo della benzina, arrivato a sfiorare i 4 dollari al gallone, un costo politico insostenibile.
“Presto scoprirete cosa succederà: il risultato sarà molto positivo. Ci sarà la distruzione totale dell’Iran e funzionerà alla grande”, ha dichiarato Trump all’emittente israeliana Channel 13.
La risposta dei Pasdaran non si è fatta attendere. Il comandante operativo Khatam Al-Anbiya ha lanciato una contro-minaccia speculare: se gli Usa colpiranno le centrali iraniane, l’Iran attaccherà tutte le infrastrutture energetiche statunitensi nella regione, inclusi impianti di desalinizzazione e reti informatiche.
“Lo Stretto di Hormuz verrà completamente chiuso e non verrà riaperto finché le nostre centrali distrutte non saranno ricostruite”, recita il comunicato della televisione di Stato iraniana.
L’Iran dispone di circa 110 impianti a gas e diverse centrali ibride e nucleari. Secondo i dati di OpenInfraMap, tra i siti più sensibili e probabili obiettivi di un raid Usa figurano la centrale di Damavan, situata a 70 km a sud-est di Teheran, e quella di Shahid Salimi, nella provincia di Mazandaran vicino al Mar Caspio. A queste si aggiungono Shahid Rajai, a 100 km a nord-est della capitale, e la centrale di Bushehr, che ospita l’unico reattore nucleare attualmente in funzione situato nell’ovest del Paese.
Le diplomazie sono paralizzate da richieste inconciliabili: da un lato gli Stati Uniti chiedono la riapertura di Hormuz, lo stop al programma nucleare e missilistico e la fine del sostegno a Hezbollah, Hamas e Houthi. Dall’altro l’Iran risponde con sei punti che includono la chiusura delle basi statunitensi nella regione, il pagamento di risarcimenti danni e un nuovo regime giuridico per lo Stretto, oltre allo stop alla guerra su tutti i fronti e all’estradizione di giornalisti considerati anti-regime.
Mentre Trump accusa gli alleati Nato di essere “codardi” per il mancato supporto in una coalizione internazionale, il Pentagono accelera: oltre 2.000 Marines e nuove navi da guerra sono in rotta verso il Golfo. Secondo fonti di Channel 12, una missione per riaprire con la forza lo stretto di Hormuz potrebbe richiedere diverse settimane, costringendo gli Stati Uniti a un cambio di strategia e a un’estensione del conflitto ben oltre i piani iniziali della missione Epic Fury.