BUENOS AIRES – Subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Usa e Israele, il 28 febbraio, Javier Milei ha diffuso un comunicato in cui esprimeva l’apprezzamento per l’azione. E ricordava una sorta di “conto aperto” dell’Argentina con l’Iran: l’attentato all’Amia (la mutuale israelo-argentina) del 18 luglio 1994.

E ora, a quasi un mese di distanza da quell’attacco aereo, il conflitto rischia di trasformare ancora una volta l’area del Golfo Persico in un buco nero di vite umane e risorse energetiche. Con l’Iran che resiste e contrattacca, l’Europa divisa, Donald Trump che valuta l’invio di truppe di terra e Benjamin Netanyahu di cui non si hanno notizie dirette.

“La stessa campagna di comunicazione degli Usa è stata fin dall’inizio contraddittoria”, ha detto Ignacio Rullansky, capo del dipartimento di Studi mediorientali dell’Università nazionale di La Plata, in occasione di un recente incontro sulla crisi iraniana organizzato dall’Università Torquato Di Tella di Buenos Aires.  

“Non è nemmeno chiaro l’obiettivo dell’intervento – aggiunge –. Distruggere il programma nucleare iraniano o provocare un regime change?”. E non è detto che l’obiettivo statunitense sia uguale a quello di Israele, che fomenta un cambio di regime interno, senza nomine dirette da parte della Casa Bianca.

A livello interno, poi, il malcontento tra gli elettori di Trump rischia di esplodere, in particolare tra i repubblicani duri e puri dell’America first, tradizionalmente non interventisti.

Una situazione ulteriormente complicata, a livello regionale, dal fatto che gli asset a Dubai sono per il 62% controllati dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per capirci: partecipazioni di imprese appaltatrici di opere di costruzione di infrastrutture o energetiche.

“Per questo, decapitare la cupola e disorganizzare i ranghi, come avvenuto con la morte di Alì Khamenei e il ferimento del figlio Mojtaba è importante – afferma Rullansky –. Ma non si traduce automaticamente in una disfatta”.

A questo aspetto si aggiunge – secondo Diana Mondino (ex ministra argentina degli Esteri designata da Javier Milei a inizio mandato, fino al 2024, quando si è dimessa) – l’elemento ideologico e religioso, che porta a un oltranzismo che ostacola le trattative. E apre la strada alla guerra civile. “Per negoziare serve una catena di comando strutturata”, osserva Mondino.

Altra incognita è rappresentata dai profughi e rifugiati che inevitabilmente premeranno sull’Europa e Turchia e che questi Paesi non vorranno accogliere. “Infine la Cina – aggiunge Rullansky ­– che vuole stabilità, visto che la Via della Seta passa per l’Iran”.

Cosa farà ora l’Argentina, con Trump esitante sull’invio di truppe di terra? C’è il rischio che Milei offra uomini per l’Iran, nel tentativo di capitalizzare politicamente l’aiuto all’alleato nordamericano?

“Impossibile – esclude categoricamente Mondino –. Veniamo da anni e governi che hanno svuotato e sguarnito le nostre forze armate. Non siamo in grado di contribuire con niente”.

Allo stesso tempo, la guerra in Iran allontana ulteriormente la possibilità di fare luce proprio sull’attentato all’Amia.

Nel 2024, una sentenza simbolica della Corte di Cassazione aveva indicato nell’Iran la matrice della responsabilità. In realtà, sono molte le piste che negli anni si sono susseguite, da quella siriana al regolamento di conti interno.

Vero è che i sospettati materiali (tutti i cittadini iraniani) non sono mai stati estradati, né l’Argentina permise, a suo tempo, di andare in Iran a interrogarli, in quanto si riteneva che non si sarebbero dimostrati collaborativi e che il viaggio dei magistrati si sarebbe rivelato inutile.

“Ora queste persone saranno irrintracciabili, probabilmente morte – osserva Rullansky – e la possibilità di fare luce su quell’episodio si allontana ulteriormente. Del resto, fin dal primo giorno, sull’attentato si è imposta la connivenza dello Stato argentino. Persino l’ex ministro della Giustizia Mariano Cúneo Libarona, nel 1997, finì sotto inchiesta e fu arrestato per alcuni mesi, con l’accusa di insabbiamento di prove”.