WASHINGTON - Donald Trump vuole la Groenlandia e l’amministrazione statunitense appare determinata a ottenerla, considerandola un pilastro irremovibile per la sicurezza nazionale nell’Artico, un quadrante dove la presenza di Russia e Cina si fa sempre più ingombrante.
Il pressing di Washington non è più solo un’indiscrezione, ma una strategia dichiarata che oscilla tra il pragmatismo economico e la retorica bellica.
L’ultima fiammata diplomatica arriva dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che in una dichiarazione all’Afp ha ribadito come l’acquisizione dell’isola sia una priorità per dissuadere gli avversari nella regione.
“Il presidente e il suo team stanno discutendo diverse opzioni per perseguire questo obiettivo”, ha spiegato Leavitt, aggiungendo un dettaglio che ha gelato le cancellerie europee: “Naturalmente, l’utilizzo delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo”.
A rincarare la dose sono state le parole di Stephen Miller, tra i falchi dell’amministrazione, che alla Cnn ha liquidato ogni opposizione con un richiamo alla realpolitik: “Nessuno affronterà gli Stati Uniti militarmente per la Groenlandia. Viviamo in un mondo governato dalla forza”. Miller ha persino messo in dubbio la legittimità della sovranità danese, arrivando a definire l’isola una sorta di “colonia” di cui Copenaghen dovrebbe giustificare il possesso legale.
Mentre la Casa Bianca usa il bastone, il Segretario di Stato Marco Rubio sembra brandire la carota, pur senza rinunciare alla fermezza. Secondo il Wall Street Journal, durante un briefing a porte chiuse con i leader del Congresso - originariamente dedicato all’operazione in Venezuela contro Nicolás Maduro - Rubio ha presentato l’ipotesi di un acquisto pacifico del territorio.
Sebbene abbia minimizzato l’idea di un’imminente invasione, Rubio ha sottolineato la necessità di ottenere un “controllo legale” per giustificare lo sviluppo economico e l’invio di personale sul campo.
Parallelamente, Washington starebbe lavorando a un accordo che taglierebbe fuori Copenaghen: il cosiddetto “Trattato di Libera Associazione”. Si tratta di un modello già applicato con alcuni Stati del Pacifico (come Micronesia e Palau), che garantirebbe alla Groenlandia vantaggi commerciali e l’accesso al mercato Usa in cambio della piena libertà operativa per le forze armate statunitensi.
L’Unione Europea e il Regno Unito hanno risposto con un fronte unito. Una nota congiunta firmata dai principali leader - tra cui Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer - ha ribadito che la Groenlandia appartiene alla Nato e al suo popolo e che la sovranità territoriale è un principio universale non negoziabile.
Tuttavia, il tono si fa più duro a Parigi. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha annunciato su France Inter che la Francia si sta preparando a forme di ritorsione contro ogni intimidazione statunitense. “Qualunque sia la forma dell’intimidazione, abbiamo iniziato a lavorare per preparare una risposta che non sarà solitaria, ma collettiva”, ha dichiarato Barrot, preannunciando un piano d’azione europeo “incisivo” che verrà presentato nei prossimi giorni.
Nonostante le tensioni, i canali diplomatici non sono ancora del tutto interrotti. La ministra degli Esteri groenlandese, Vivian Motzfeldt, e il suo omologo danese, Lars Løkke Rasmussen, hanno chiesto un incontro urgente a Marco Rubio per chiarire i “malintesi” e discutere le dichiarazioni bellicose della Casa Bianca.
Finora, le richieste di un vertice a livello ministeriale inviate durante tutto il 2025 non hanno ricevuto risposta, lasciando l’Artico in un pericoloso stato di incertezza geopolitica.