WASHINGTON - Donald Trump non ha intenzione di rinunciare alla Groenlandia. Il presidente degli Stati Uniti sta “discutendo attivamente” l’acquisizione dell’isola artica con il suo team di consiglieri, come confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
Sebbene Washington dichiari di preferire la via diplomatica, l’amministrazione non esclude il ricorso all’azione militare per ottenere il controllo di un territorio ritenuto vitale per la sicurezza nazionale, specialmente a fronte della crescente influenza di Russia e Cina nell’Artico.
La trattativa entrerà nel vivo la prossima settimana, quando il Segretario di Stato Marco Rubio volerà in Danimarca. L’incontro, richiesto da Copenaghen e dalle autorità di Nuuk per distendere i rapporti transatlantici, vedrà Rubio nel ruolo di mediatore per evitare che la tensione tra Washington e l’asse Ue/Nato arrivi a un punto di rottura. “Li vedrò la prossima settimana”, ha dichiarato Rubio, incaricato di sondare la disponibilità danese alla cessione o a una nuova forma di associazione.
Analisti ed esperti sentiti da Politico intravedono un percorso ben definito per l’annessione, che ricalca in modo preoccupante le tattiche utilizzate da Vladimir Putin per l’espansione territoriale e che preveder quattro possibili scenari.
Il primo, consiste nel cavalcare il sentimento indipendentista locale. Sebbene l’85% dei groenlandesi sia contrario a diventare parte degli Stati Uniti, il 56% favorevole all’indipendenza dalla Danimarca rappresenta un varco strategico. Secondo Felix Kartte (esperto di politiche digitali) e le segnalazioni dell’intelligence danese, gli Usa starebbero già dispiegando tattiche di influenza “offline” (contatti con partiti estremisti e reti della diaspora) e “online” (falsi account e pseudo-informazione) per destabilizzare il legame con Copenaghen. Stephen Miller e il vicepresidente JD Vance hanno già promesso al popolo groenlandese il diritto “all’autodeterminazione”.
Qualora un referendum accelerasse l’indipendenza, si passerebbe al secondo scenario come conseguenza diretta del primo, in cui Washington punterebbe a un Accordo di Libera Associazione, simile a quelli vigenti con Micronesia e Isole Marshall. In cambio di protezione e servizi essenziali, gli Usa otterrebbero operatività militare illimitata sul territorio. Kuno Fencker, deputato pro-indipendenza a Nuuk, si è già detto favorevole a questa opzione, che garantirebbe un controllo di fatto senza la complessità di un’annessione come 51° Stato.
Il terzo scenario prevede di usare l’Ucraina come merce di scambio. Washington potrebbe offrire garanzie di sicurezza più ferree per Kiev e il fianco orientale dell’Europa in cambio di un “via libera” o di un ruolo preminente in Groenlandia. Un “boccone amaro” per l’UE che, tuttavia, potrebbe essere preferibile alle minacce di sanzioni o a un disimpegno totale di Trump dai negoziati di pace con la Russia.
Il quarto e ultimo scenario entrerebbe in vigore nel caso in cui la diplomazia fallisse. In questo contesto l’acquisizione militare è considerata dagli esperti tecnicamente semplice ma politicamente catastrofica. Esperti militari come Lin Mortensgaard e Thomas Crosbie sottolineano che la Groenlandia non ha un esercito proprio. Le scarse risorse danesi nel Comando Artico (quattro navi e una pattuglia su slitte) non potrebbero fermare un’incursione rapida. Il presidio esistente: Con 600 militari già presenti nella base di Pituffik (Thule), gli Usa potrebbero prendere il controllo della capitale Nuuk “in mezz’ora o meno”.
Nonostante la facilità tecnica di un’invasione, le implicazioni legali e strategiche sarebbero immense. Romain Chuffart dell’Arctic Institute ricorda che un’occupazione oltre i 60 giorni richiederebbe il voto del Congresso e non avrebbe basi nel diritto internazionale.
Inoltre, un’azione ostile contro un alleato porterebbe inevitabilmente alla fine della Nato. Il generale Ben Hodges ha avvertito che gli Usa perderebbero l’accesso alle basi europee e ai flussi di intelligence globali. Sebbene la Nato sia incapace di rispondere militarmente a un suo membro chiave, gli alleati europei potrebbero reagire tramite coalizioni regionali come la Cooperazione di Difesa Nordica.
Per ora, i diplomatici senior mantengono la calma, convinti che un’acquisizione ostile sia ancora uno scenario lontano, per quanto il “clima venezuelano” respirato a Washington suggerisca che nulla possa essere escluso.